Herbert afferma: Ferrari non più una minaccia, rivali in vantaggio nello sviluppo tecnologico

Un mormorio che cresce da settimane diventa una frase secca: “La Ferrari non fa più paura”. C’è chi lo sussurra nei paddock illuminati a neon, c’è chi lo pensa in silenzio guardando i tempi sul monitor. Stavolta a dirlo a voce alta è un ex pilota che conosce bene l’odore della benzina e del dubbio.

Cosa intende davvero Herbert

Johnny Herbert, tre vittorie in Formula 1 e una lunga carriera da commentatore, non usa giri di parole. Per lui la Ferrari oggi non è una minaccia stabile. La Scuderia di Maranello ha fatto passi avanti, ma le rivali hanno spinto più forte sullo sviluppo. È un giudizio che punge, perché arriva mentre i tifosi vedono lampi veri: vittorie prestigiose, weekend puliti, una macchina più docile sul passo gara.

Guardiamo i fatti che chiunque può verificare. Nel 2024 la Ferrari ha raccolto successi pesanti, come Australia e Monaco. La SF-24 ha alleviato il problema del consumo gomme e ha ridotto l’altalena tra qualifica e gara. A Imola è arrivato un pacchetto di aggiornamenti ampio: fondo, carrozzeria, efficienze. Ma nello stesso periodo la McLaren ha acceso la stagione con un’evoluzione profonda, capace di trasformare la macchina e portare una vittoria netta a Miami. La Red Bull ha difeso il suo vantaggio con un’auto base fortissima, intervenendo con ritocchi mirati. Risultato? Nella fase centrale dell’anno, il ritmo medio a gara spesso ha favorito gli avversari. I numeri precisi variano da weekend a weekend e non esiste un’unica tabella che li chiuda tutti, ma il trend di performance è stato visibile a occhio nudo: distacchi in crescita su piste veloci, più equilibrio in tracciati tortuosi.

Il punto di Herbert è semplice: il campionato non lo vinci con un colpo, ma con una scia continua di evoluzioni tecniche. E qui la Ferrari soffre ancora di costanza. Quando introduce un upgrade funziona, ma le squadre rivali sembrano pronte con il pacchetto successivo già in galleria del vento. È la catena del valore della Formula 1 moderna: dati, simulazioni, produzione rapida, correlazione pista-factory. Se salti un anello, paghi alla cassa la domenica.

Il nodo dello sviluppo, oggi

C’è anche un fattore culturale, che Herbert lascia intendere. Sotto Frederic Vasseur la Scuderia ha ripulito i processi e ridotto gli errori ai box. Lo si vede nelle strategie più lineari e nei pit stop più solidi. Ma la vera moneta resta il tempo sul giro. E il tempo sul giro, nel 2024, lo hanno abbassato meglio Red Bull e McLaren quando contava di più. Esempio concreto: su piste da medio-alto carico aerodinamico, le rivali hanno trovato aderenza senza pagare in velocità di punta; la Ferrari ha spesso dovuto scegliere compromessi più spinti, perdendo qualcosa in qualifica o nella gestione della gomma dura. Non sono dettagli romantici: sono decimi che si accumulano.

Questo non significa resa. Significa priorità. Serve un flusso di sviluppo aerodinamico più serrato, una produzione pezzi più rapida, un’analisi ancora più aggressiva sui dati di degrado e trazione. La tecnologia aiuta, ma decide il ritmo con cui la porti in pista. E qui Herbert è tranchant: oggi la Ferrari non impone il ritmo, lo insegue.

Nel frattempo i tifosi fanno ciò che sanno fare meglio: sperare con competenza. Perché il rosso, quando torna a mordere, cambia l’aria. La domanda allora è semplice e scomoda: la prossima grande novità arriverà in tempo per spostare il baricentro della stagione? In fondo, ogni rettilineo sembra uguale. Ma alcuni, a guardarlo bene, iniziano un po’ prima degli altri. E lì si decide tutto.