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strage di erba
Olindo e Rosa, condannati per la strage di Erba

Nel dicembre del 2006 ad Erba si consuma una delle stragi più efferate del nostro Paese, in cui vengono uccise in casa 4 persone, tra cui un bambino, dai coniugi Romano.

L’11 dicembre del 2006 Erba, un piccolo paesino nella provincia di Como, viene stravolto dalle decine di sirene e lampeggianti che si recano tutti al numero 25 di via Diaz dove è divampato un incendio in un appartamento. Una volta giunti all’interno dell’abitazione, agli occhi dei soccorritori non ci sono solo mobili che divampano, ma diversi corpi riversi a terra: 4 senza vita ed uno ferito ritrovato sull’uscio della porta della casa. In realtà i primi soccorsi ancora non sanno che quella è la scena di uno dei delitti più efferati del nostro Paese passato alla storia come la “Strage di Erba”

La ricostruzione della strage

Sono le circa le 20:30 dell’11 dicembre 2006, quando due vicini si accorgono che all’interno di uno degli appartamenti del condominio in cui abitano è divampato un incendio. Senza esitare, essendo uno dei due un volontario dei Vigili del Fuoco di Erba, paese di circa 17mila abitanti nella provincia di Como, si fiondano verso l’abitazione della famiglia Castagna. Sulla soglia dell’appartamento viene subito ritrovato Mario Frigerio, anch’egli vicino di casa degli uomini, ancora in vita e successivamente il cadavere di Raffaella Castagna. L’uomo viene soccorso, ma essendo le fiamme aumentate ed il fumo diventato sempre più denso, i due soccorritori devono desistere dall’entrare nell’appartamento e raggiungere il piano superiore dove si trovano altri inquilini. All’arrivo dei Vigili del Fuoco e delle Forze dell’Ordine, dopo aver domato l’incendio vengono rinvenuti i cadaveri di altre tre persone. Le vittime sono Raffaella Castagna (30 anni), il figlio Youssef Marzouk (2 anni), la madre Paola Galli (60 anni) e la vicina di casa Valeria Cherubini (55 anni) con il suo cane. Dal massacro è riuscito a scampare, fingendosi morto, con gravi ferite il marito della Cherubini, Mario Frigerio che non si è dissanguato grazie ad una malformazione alla carotide. Già dai primi rilievi viene constatato che le vittime non sono morte a causa dell’incendio divampato nella casa, ma sono state percosse e accoltellate brutalmente e successivamente gli assalitori hanno dato alle fiamme l’appartamento. Dalle indagini e dai rilievi degli inquirenti, a cui hanno preso parte anche i RIS di Parma, è stata ricostruita una strage agghiacciante: Raffaella Castagna disoccupata, volontaria in una comunità di assistenza a persone disabili, è stata aggredita con una spranga, accoltellata ed infine sgozzata, stessa sorte è toccata alla madre Paola Galli, mentre il figlio di soli due anni è stato ucciso con un fendente alla gola. I vicinai di casa Valeria Cherubini e Mario Frigerio, accorsi in casa dei Castagna per prestare aiuto, sono stati invece aggrediti anch’essi con spranga e armi da taglio nelle scale e poi nella loro casa, i due rimangono vivi all’arrivo dei soccorritori, ma la donna morirà per la esalazioni da monossido di carbonio, mentre il marito viene trasportato in ospedale.

Le indagini e l’arresto

Gli inquirenti hanno fatto scattare subito le indagini sulla strage che ha sconvolto il paese e l’Italia, visto anche il clamore mediatico suscitato. I Carabinieri si sono concentrati nell’immediato sul marito di Raffaella Castagna, Azouz Marzouk, un 26enne tunisino con precedenti penali per spaccio di droga e che da pochi mesi aveva lasciato il carcere grazie all’indulto. Nel periodo in cui venne compiuta la strage, il ragazzo era in visita dai genitori in Tunisia e, dunque, le forze dell’Ordine hanno abbandonato questa pista. Gli inquirenti si concentrano, dunque, sui vicini di casa, Olindo Romano e Rosa Bazzi che subito dopo la strage avevano tenuto un comportamento ritenuto anomalo dagli investigatori. Dopo numerose indagini e rilievi, i RIS di Parma hanno rinvenuto una traccia del Dna di Valeria Cherubini all’interno dell’auto dei coniugi Romano. Gli investigatori hanno scoperto altresì una lite sfociata in una causa civile tra le due famiglie. La disputa risaliva al Capodanno 2005 quando dopo numerosi diverbi Olindo e Rosa avevano aggredito la Castagna, la quale decideva di sporgere querela e la cui causa avrebbe dovuto tenersi due giorni dopo rispetto alla strage. I Carabinieri il 9 gennaio 2007, dopo quasi un mese dalla strage, hanno arrestato i coniugi che prima si sono difesi affermando di trovarsi al McDonald’s di Como nelle ore in cui si sono verificati i fatti, ma dopo due giorni sono crollati, confessando separatamente l’omicidio plurimo.

Olindo e Rosa: i processi e le condanne

A confermare la minuziosa ricostruzione fatta davanti ai magistrati da Olindo e Rosa è stata la testimonianza di Mario Frigerio che a causa delle gravi ferite è stato sottoposto ad alcuni interventi chirurgici, risvegliandosi dall’anestesia due giorni dopo la strage. Ad ottobre, però, alla prima udienza preliminare i coniugi Romano hanno ritrattato tutto e si sono proclamati innocenti. Ha avuto inizio, dunque, un lungo processo, molto seguito dai media italiani, ricco di ritrattazioni e accuse anche nei confronti dei Carabinieri da parte di Olindo. Il primo grado di giudizio si è concluso con la pronuncia della Corte d’Assise il 26 novembre 2008 che ha condannato i coniugi all’ergastolo con l’isolamento diurno per tre anni (massima misura prevista dalla legge). Inoltre sono stati stabiliti dalla Corte anche dei risarcimenti per la famiglia Frigerio, per Marzouk e per i suoi genitori. Ad un anno e mezzo di distanza, il 20 aprile 2010, la Corte d’Assise d’Appello di Milano ha confermato la condanna. La Cassazione ha ritenuto corretta la decisione di entrambi i giudici e per questo il 3 maggio 2011 si è pronunciata nello stesso verso, chiudendo definitivamente la vicenda.

Il 16 settembre 2014 è deceduto a 73 anni Mario Frigerio, marito della Cherubini, mentre nel maggio del 2018 è scomparso Carlo Castagna, marito, padre e nonno delle altre vittime. Olindo e Rosa sono attualmente detenuti nel carcere di Bollate e nel 2014 hanno terminato il periodo di isolamento a cui sono stati condannati.

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