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Elisabetta Villaggio assomiglia molto a suo papà Paolo. La ragazza, ha studiato Filosofia all’ Università di Bologna e Cinema e Televisione in quella di Los Angeles, ha realizzato cortometraggi e documentari, insegna all’ Accademia di Belle Arti e scrive romanzi che parlano di donne.

Ha voluto ricordare suo padre in una lunga intervista a liberoquotidiano.it :

“Aveva 84 anni – ricorda -, si è spento per complicazioni legate al diabete che ormai curava poco e male. Era diventato tutto troppo difficile per lui, non camminava più, scriveva e vedeva con fatica, in pochi venivano a trovarlo. Eppure è riuscito a stare dentro le sue cose fino all’ ultimo. A sorpresa abbiamo scoperto tra i cassetti materiale per un libro in uscita: Italiani, brava gente. Racconta: «Per mesi non sono riuscita a riavvicinarmi alle sue cose. Ce l’ ho fatta a Natale. L’ ho considerato il suo regalo”.

Lei e la difficoltà di vivere con un padre cosi popolare:

“È vero. Per tutti sono sempre stata la figlia di Villaggio. Sin da bambina alle feste dei coetanei.
Non ero mai Elisabetta, ma sempre la figlia di… Così ho cercato il prima possibile una strada d’ indipendenza: sono volata in America a studiare e a lavorare lontana dalle malignità di chi mi dava della raccomandata. Non è mai stato così, mio padre su questo punto era irremovibile: o ce la fai con le tue forze o sei un fallito. Era capace di pagarmi l’ affitto, ma non mi ha mai presentato a nessuno. Non a caso i miei libri sono stati tutti pubblicati da piccole case editrici. La sua amorevole assenza mi ha fatto crescere una donna forte”.

 

I suoi ricordi di bambina?

“Una casa sempre piena di amici e di tavolate. Quando mio padre lavorava all’ Italsider già faceva cabaret in un teatrino studentesco. Per passione, non per soldi. Lì iniziò la grande amicizia con De Andrè. La canzone di Marinella in parte è stata scritta a casa nostra e io mi addormentavo su quelle note, come se fosse una favola. Papà d’ estate lasciava me e mio fratello Pierfrancesco dai nonni e andava a fare gli spettacoli sulle navi Costa Crociere, accompagnato al piano da Berlusconi. Lo vedevamo poco, non era il classico papà che ci aiutava a fare i compiti e ci portava al parco. Ma c’ era alla sua maniera. Per esempio, mi ha fatto amare la lettura. Mi ha messo tra le mani Dostoevskij a 12 anni. Spesso bleffavo, facevo finta di leggere quei libri, ma erano più ostici del cinese. E grazie a lui ho scoperto la psicanalisi e Fromm. Lui sapeva tutto della Divina Commedia, del Corano ed era un esperto di testi giapponesi. E poi amava viaggiare. Ecco, il nostro stare insieme come famiglia passa attraverso itinerari memorabili, soprattutto all’ estero dove non era riconoscibile ed era esclusivamente nostro padre. Ricordi indelebili mi portano in California, su un’ auto a noleggio attraversammo la Valle della Morte. E poi il mare della Polinesia e il giro dei Caraibi in barca a vela”.

E il ragioner Fantozzi?

«Oggi i bimbi non sanno chi è Paolo Villaggio, ma riconoscono Fantozzi. Ne imitano la voce e le movenze. Io non ho mai amato particolarmente quel personaggio, non mi faceva ridere tutto di lui, soprattutto negli ultimi film. Quando usciva un Fantozzi mio papà caricava su un pullmino me e i miei amici e ci portava al cinema. Voleva sapere cosa ne pensavamo, quali erano le battute migliori. Insomma, ci studiava. E quante volte da ragazzina sono stata chiamata Mariangela…. Per me la sua interpretazione più bella resta quella del maestro in Io speriamo che me la cavo diretto da Lina Wertmuller. Ma in assoluto il mio film del cuore è Casablanca con Bogart e la Bergman. Esprime tutto: l’ amore, il tradimento, la passione, la fuga, la guerra, la politica».

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