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Sébastien Bourdais (©Getty Images)

Tutto è partito dalle dichiarazioni di Gunther Steiner, il team manager della Haas, che di recente aveva definito i piloti americani privi delle necessarie qualità per ottenere un sedile di F1 scatenando le ire dei vari Mario Andretti, Alexander Rossi e Bobby Rahal, driver a stelle e strisce dal passato/presente più o meno glorioso e dunque ovviamente in disaccordo con il parere del meranese.

Ora, alla faccia di chi poteva pensare che gli offesi della situazione fossero soltanto statunitensi, si è fatto sentire pure Sébastien Bourdais, pura razza francese, tra i primi ad essere epurati dal Dr. Helmut Marko a metà 2009 quando era alla Toro Rosso e secondo lui aveva “già fatto vedere tutto il suo potenziale”,nullo o quasi, e in seguito rifiorito in IndyCar e nella Champ Car che fu.

“Questo genere di affermazioni non merita neppure che vi ci si soffermi”, ha affondato il 38enne al sito ufficiale IndyCar.com. “La F1 continua a svilupparsi nella sua bolla, sulla sua isola, lontano dai comuni mortali, sia che se ne faccia parte avendo guadagnato credito, sia che se ne venga totalmente ignorati. Dunque comprendo perfettamente il motivo per cui i colleghi attivi in America si sentano offesi. Certe dichiarazioni non sono affatto giuste anche se è bene riconoscere che il Grande Circo resta il top del motorismo e che tutti ambiscono ad entrarci”.

“Personalmente ho avuto bisogno di un titolo in F3000 e di quattro campionati in Champ Car per ottenere un’opportunità”, ha aggiunto. “Purtroppo però non è stato sufficiente per dare maggior credibilità agli statunitensi avendo fallito. Prima ancora di me personaggi come Alex Zanardi non hanno avuto grandi possibilità (ndr. soltanto una stagione completata nel 1999 con la Williams). Alla fine è esemplare di come la gente vede la Indy. La sua storia non si è certo trasformata in una favola”.

Chiara Rainis