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Valentino Rossi e Michael Schumacher (©Getty Images)

Un’ po’ tutti i big del motorsport degli ultimi decenni hanno provato a saggiare cosa vuol dire guidare una F1: da Max Biaggi, a Sébastien Loeb e più di recente Sébastien Ogier, ma uno più di tutti gli altri è rimasto nella memoria anche dei meno avvezzi al mondo delle corse. Ovviamente stiamo parlando di Valentino Rossi che non solo calcò l’abitacolo di una monoposto del Circus, ma addirittura testò più volte, dal 2004 al 2010, la Ferrari, con un unico scopo: seguire la scia di John Surtees, unico capace di vincere il titolo sia nella massima serie su quattro ruote, sia nella 500 cc.. Un’impresa, una delle poche, che al Dottore non è riuscita, restando uno dei grandi rammarichi della sua carriera per quello che poteva essere ma non è stato.

“Gli ultimi due secondi utili prima di arrivare al livello degli altri sono i più duri da raggiungere. Purtroppo il mio sogno si è concluso così”, l’amara presa di coscienza del 38enne nel lontano 2013.

Luigi Mazzola ricorda

Di quei momenti di slancio agonistico dal sapore storico ha parlato, o meglio scritto negli ultimi giorni l’ex tecnico del Cavallino, attivo negli anni d’oro della Rossa tra Alain Prost e Michael Schumacher, sulla sua pagina Facebook. “Non ricordo esattamente quanti test facemmo con Rossi, di sicuro almeno sette. Al primo Valentino entrò in pista e fece una decina di testacoda, il quello conclusivo invece piazzò dei tempi incredibili e ricordo come Schumi che era con me in telemetria, avesse uno sguardo attonito, quasi incredulo”, il suo racconto. “Ho avuto l’onore di lavorare con Vale per due splendidi anni. Nei giorni di prova arrivava in pista in pantaloncini corti, t-shirt e ciabatte infradito ed era una persona del tutto normale. Quando però entrava in stato d’essere efficace si trasformava e, al pari degli altri grandi piloti, diventata un professionista capace di trascinare tutto il team e di fornire una mole incredibile di indicazioni con una precisione sbalorditiva per un principiante delle auto a ruote scoperte”, la conclusione entusiasta.

Chiara Rainis

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