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Charles Leclerc sulla Ferrari nel GP di Cina di F1 (Foto Ferrari)
Charles Leclerc sulla Ferrari nel GP di Cina di F1 (Foto Ferrari)

F1 | I mali della Ferrari restano un mistero: tutte le ipotesi sui problemi tecnici

Lasciamo perdere per un attimo le polemiche sugli ordini di scuderia, che comunque non hanno condizionato in maniera determinante il risultato finale del Gran Premio di Cina. Lasciamo da parte anche la fragilità della monoposto, che invece aveva deciso (in negativo) la precedente tappa in Bahrein. Il vero enigma, l’autentico rebus di questa Ferrari 2019 riguarda le prestazioni in costante altalena. Dal sorprendente debutto nei test pre-campionato di Barcellona si è passati alla doccia fredda all’esordio stagionale in Australia. Dalla ripresa del Sakhir alla nuova batosta di Shanghai. Un continuo alternarsi di alti e bassi velocistici, che hanno reso imprevedibile e talvolta addirittura irriconoscibile il potenziale di questa SF90.

Se a Melbourne si poteva credere nell’alibi della giornata storta, agevolata da un circuito dalle caratteristiche anomale, per spiegare il tonfo cinese bisogna andare più in profondità con l’analisi tecnica. C’è chi sospetta che dietro questa Ferrari con il freno tirato vista domenica scorsa si nascondano le preoccupazioni dovute all’affidabilità del motore. Dopo il cortocircuito costato la vittoria a Leclerc in Bahrein (e ancor più dopo l’inconveniente al circuito di raffreddamento nelle prove libere di Shanghai), insomma, gli ingegneri di Maranello avrebbero preso la decisione di correre di nuovo con un propulsore depotenziato, un po’ come accaduto già in Australia. A suffragare questa teoria c’è anche la sostituzione delle centraline sulle due vetture, operata alla vigilia del weekend asiatico, voluta proprio per adottare una messa a punto elettronica più cauta.

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Cosa c’è che non va nella Ferrari?

Ma se il problema sta tutto nel motore, allora come si spiega la netta superiorità della Ferrari sulla Mercedes nella velocità di punta in fondo al dritto? In qualifica Vettel ha raggiunto i 327,1 km/h, contro i 322 di Bottas e i 319,3 di Hamilton. Questo dato, semmai, farebbe sorgere un altro sospetto: ovvero che i tecnici della Rossa abbiano sbagliato l’assetto aerodinamico, privilegiando troppo i rettilinei a sfavore della tenuta in curva, dove in effetti il Cavallino rampante perdeva manciate di decimi alla volta. La SF90 sembra figlia di un progetto così estremo che non solo tende troppo spesso a rompersi, ma è anche difficile da adattare, di volta in volta, ai diversi circuiti che affronta.

E poi c’è la questione delle gomme: come già visto in Australia, anche stavolta la Ferrari ha faticato a portare i nuovi pneumatici Pirelli, che nel 2019 hanno introdotto diverse condizioni d’impiego, nella finestra ideale di temperatura di esercizio. Il contrario della Mercedes, che invece sembra aver lavorato molto sodo per ribaltare quella tendenza a degradare le coperture che l’aveva caratterizzata fino alla passata stagione. In effetti, lo stesso Sebastian Vettel, nel sottolineare le carenze della vettura durante la conferenza stampa del dopo-gara, ha rilasciato una dichiarazione tanto sibillina quanto interessante: “Dal punto di vista della power unit siamo contenti, in termini di telaio dobbiamo lavorare ancor di più”. Insomma, il motore non c’entra, bisogna piuttosto guardare alla meccanica e all’aerodinamica. Qualunque sia la vera causa dei mali della Rossa, il team guidato da Mattia Binotto è chiamato a identificarla e a risolverla, e anche in fretta. Ora che il calendario riporterà la Formula 1 in Europa partirà una nuova fase della stagione: la corsa allo sviluppo delle vetture. Una corsa che in passato aveva visto partire ad handicap la Scuderia, ma che soprattutto quest’anno non si può proprio permettere di perdere.

Fabrizio Corgnati

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