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Giacomo Agostini (Getty Images)

La stagione di MotoGP 2017 si è chiusa con Marc Marquez campione del mondo. Il pilota spagnolo ha trionfato avendo la meglio su Andrea Dovizioso, ma dietro ai suoi successi, come per altro egli stesso ha sempre rimarcato, c’è davvero un grande team.

La MotoGP, infatti, troppo spesso accentra la fama e il successo su una singola persona dimenticandosi che in ogni caso stiamo parlando di uno sport di squadra. Basti guardare il Vinales e il Rossi di quest’anno che a causa di una Yamaha non all’altezza non hanno potuto esprimere tutto il loro potenziale.

L’uomo che portò il “plurale” in MotoGP

Siamo nella stagione dei mass media dove trovare il personaggio su cui accentrare tutto è facile e conveniente, lo è stato per Rossi e probabilmente lo è e lo sarà per Marquez, con buona pace dei tanti meccanici e ingegneri che ogni giorno lavorano affinché quella determinata moto vada forte e sia affidabile.

C’è un uomo però che ha scritto la storia del motociclismo pur tenendo in mano una chiave inglese e non il manico di una moto. Stiamo parlando di Derek ‘Nobby’ Clark, uno dei più grandi meccanici della storia del Motomondiale. Clark portò al successo il suo grande amico Hocking negli anni ’60. In carriera ha lavorato con i più grandi.

Clark, infatti, ha collaborato con Mike Hailwood, Kenny Roberts e il grande Giacomo Agostini chiudendo la propria carriera da meccanico al fianco di Randy Mamola dopo ben 17 titoli mondiali vinti, un vero record, difficile da eguagliare per chiunque. Purtroppo il meccanico dei campioni di ha salutato all’età di 81 anni, ma ci ha lasciato in eredità quel plurale tanto usato oggi dai piloti nelle interviste. Perché in fondo, in fondo, senza queste persone non esisterebbero nessun Rossi e nessun Marquez.

Antonio Russo

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