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Marco Gualdani, Samuele Bernardini e Tony Cairoli

Tony Cairoli ce l’ha fatta, ha vinto il suo 9° titolo mondiale. Il pilota siciliano grazie ad un secondo posto ha trovato l’aritmetica che gli mancava. Noi di Tuttomotoriweb.com abbiamo incontrato per voi Marco Gualdani, redattore di Motociclismo FUORIstrada e voce del Motocross per Mediaset.

Cosa hai provato nel raccontare la MXGP?

Ho iniziato come spalla tecnica di Alberto Porta nel 2015 e già poteva bastare quello. Poi mi fu chiesto di fare la prima voce nel 2016 e, per quanto all’inizio mi sembrasse un azzardo, ho accettato. Sono cresciuto guardando le gare in TV e poterle raccontare è stato un onore. So cosa vuol dire guidare una moto da cross e vedere quello che fanno questi ragazzi in sella è pazzesco.

Voglio dire che il mio lavoro ha molto più valore se contestualizzato ad un livello così alto come quello che c’è oggi e mi viene facile perché sono prima di tutto molto appassionato e quando vedo qualcuno che compie un’impresa speciale mi sento molto coinvolto.

Il 9° titolo di Tony Cairoli è a tuo avviso l’ultimo acuto di un grande campione o l’inizio di una grande seconda parte di carriera?

Sarebbe bello che la favola durasse ancora tanto. Non credo che la decisione di smettere per uno come lui arrivi da una questione anagrafica. Piuttosto parlerei di motivazioni e di livello di competitività. Che mi sembrano entrambe intatte. Finché avrà voglia sarà in pista e quindi sarà davanti.

Nel momento in cui non si sentirà più motivato caleranno anche i risultati e allora credo che si fermerà. Abbiamo appena vissuto il ritiro di Dungey in USA che, essendo molto giovane, ha suscitato dibattito. Ma il cross è uno sport molto duro che richiede abnegazione e quando non hai più la voglia di farti in quattro allora è giusto fermarsi.

Secondo te, nel Motocross, chi è il più forte di tutti i tempi e perché?

Non me lo sono mai chiesto, perché per me non esiste. Ognuno ha i suoi obiettivi ed è stato il migliore in ciò che interessava a lui e nell’epoca in cui era in attività. Guardando i numeri direi Everts non solo per il record di 10 titoli e 101 GP, ma anche perché ha vinto con ogni cilindrata, con diverse moto, ha conquistato la sei giorni di Enduro e ha vinto tre GP in un solo giorno. Però Bayle ha vinto due Mondiali e un Supercross in USA e nessuno ci è mai più riuscito.

Per me conta anche l’aspetto emozionale e uno come McGrath è stato da ispirazione per tutta la mia generazione. Senza parlare di Stewart che ha vinto poco, ma ha cambiato il modo di guidare. Cairoli ha vinto, per ora, meno di Everts, ma in tutta la sua carriera non ha mai fatto peggio di terzo a parte due stagioni (2008 e 2015), ha avuto una carriera longeva, ha corso con le ossa rotte, ha fatto imprese impossibili. I piloti, per me, sono come i cantanti; qual è la canzone più bella? Quella che vende più dischi o quella che ti emoziona di più?

Nei prossimi anni chi darà più fastidio a Cairoli nella lotta al titolo?

È facile rispondere Herlings. Ma la MXGP è impronosticabile. Guarda il 2015: doveva essere l’anno della sfida Cairoli-Villopoto e poi ha vinto l’inatteso Febvre. Credo che Gajser, Herlings e Febvre oggi siano piloti in grado di mettere in difficoltà Cairoli. Ma dovrebbero trovare un equilibrio, perché sono spesso fuori dalla ‘comfort zone’.

E poi stanno per arrivare diversi piloti dalla MX2 che promettono bene e abbiamo visto che il passaggio può essere vincente o fallimentare a seconda del carattere, ma soprattutto di chi li prende in dote. Non credo che sia un caso il fatto che quelli che sono andati forte siano tutti in team di primo piano.

L’Italia del Motocross ha un futuro nel dopo Cairoli? Ci indicheresti un nome?

Io sono ottimista, anche se oggi sembra che non ci sia nessuno. Chi ha buona memoria ricorderà che alla fine degli anni ’90 l’Italia del cross era fortissima, ma di nuovi talenti se ne vedevano pochi. Poi, all’improvviso, è esploso Cairoli. A seguire è arrivato Philippaerts, iridato 2008. Poi Guarneri, Bonini e Lupino. L’Italia è il centro del cross mondiale; abbiamo i migliori team, abbiamo impianti eccellenti, tutti i tipi di terreno, abbiamo Case costruttrici, tanti campionati, una storia, una Federazione attiva, scuole guida e aziende che producono l’80% dei prodotti di settore.

Qualcuno deve saltare fuori, per forza. Nelle competizioni internazionali gli azzurrini sono competitivi e questo è un segnale di vitalità. Poi sta a loro essere in grado di sfruttare le possibilità offerte e dare gas; cercare troppe giustificazioni al di fuori di chi guida la moto non trovo sia costruttivo. Oggi, tra tutti, indicherei Gianluca Facchetti, fresco Campione del Mondo Junior 125, tra i possibili protagonisti di domani.

Tony si è lamentato con noi della poco visibilità data alla MXGP in Italia, tu sapresti darci una spiegazione per tutto ciò?

È molto difficile. Come dicevo sono il primo appassionato e come tutti vorrei che il cross fosse lo sport nazionale. Anche perché credo che non abbia nulla da invidiare ad altre discipline ben più seguite. Ma il cuore degli italiani è già molto frazionato per gli sport a motore, tra la Ferrari, Valentino e gli altri e per emergere deve offrire qualcosa di veramente speciale. Aver perso l’occasione di far conoscere il cross con un campione come Tony è un vero peccato. Non siamo riusciti a veicolarlo fuori dal nostro mondo e la responsabilità credo sia da dividere tra tutte le parti coinvolte.

Avresti dei suggerimenti per migliorare la visibilità del Motocross in Italia?

Gli appassionati di cross sono molto competenti e numerosi, ma non è a loro che si deve puntare; bisogna arrivare a chi ancora non lo conosce. Per farlo credo che tutto l’ambiente debba fare uno step. I piloti, le aziende, i media e gli organizzatori. Conosco piloti di una simpatia eccezionale che poi messi davanti a una telecamera o un microfono cambiano completamente. Se fossero più “abituati” a certe cose potrebbero avere il seguito che meritano.

Penso che la ricetta per far funzionare un settore sia fatta di tre cose: personaggi, investimenti di aziende, copertura televisiva. Se manca anche solo uno di questi ingredienti non si hanno i risultati sperati. Adesso siamo in un momento favorevole: il ritorno al successo di Cairoli ha risollevato l’interesse sul pilota e se arrivassero anche gli altri due elementi saremmo a posto. E non è detto che non succeda

La gara più bella che hai commentato?

Sicuramente il Nazioni di Maggiora. Ho avuto la fortuna di commentare la stagione 2016 che si è chiusa con la gara che tutti stavano aspettando da anni. E di farlo su Italia 1, con il supporto della squadra che gestisce la SBK, più uno come Marco Melandri dai box.

Un lavorone, un’emozione indimenticabile. Non ho dormito bene per diversi giorni, ci siamo tutti impegnati al massimo e alla fine vedere la soddisfazione dei vertici per la qualità del lavoro svolto è stato gratificante. Dal punto di vista sportivo non è andata benissimo, con l’Italia fuori dal podio, ma da quello professionale è stata un’esperienza irripetibile.

Come vedi il futuro della WMX? Sarà un monologo di Kiara Fontanesi?

Anche per lei vale il discorso fatto per Cairoli. Finché avrà voglia sarà in pista. Dopo l’anno scorso credevo che fosse sul punto di fermarsi e invece si è rimessa in gioco quest’anno e con buoni risultati. È la più forte in pista, ma trova sempre il modo di ficcarsi nei pasticci con il risultato che i suoi mondiali non sono mai scontati.

Antonio Russo