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(©Getty Images)

Era l’8 novembre 2015, il Gran Premio di Valencia assegnava il titolo a Jorge Lorenzo fra mille polemiche. Dopo i fatti di Sepang e la partenza di Valentino Rossi dall’ultima fila per il contatto con Marc Marquez, il mondo della MotoGP, o per meglio dire dei tifosi della classe regina, sembra essersi spaccato in due. Da un lato i fautori del biscottone spagnolo ai danni del Dottore, un gesto imperdonabile, “la morte della MotoGP”. Dall’altro gli anti-Valentino, una galassia di simpatizzanti del nuovo che avanza (Marquez) e di coloro che non hanno mai digerito il nove volte iridato, per gli ormai noti fatti fiscali del passato o per enigmatici intrecci di potere o per questione di semplice antipatia.

Due mondi differenti, due filosofie di pensiero contrastanti, divisi da un muro di antisportività che trova la sua miglior valvola di sfogo sui social network. Ma che trova sempre più spazio anche negli autodromi, come dimostrano i fischi a Marc Marquez a Phillip Island e a San Marino. Gesti che fanno male alle sport? Libertà di espressione? Anche su questo i due blocchi danno una loro interpretazione diversa, ognuna accettabile, ognuna criticabile.

Eppure l’antica e irriducibile rivalità tra Max Biaggi e Valentino Rossi mai era sfociata in una simile aggressività verbale… forse perchè all’epoca non esistevano i social? Erano altri tempi, altre sfide, c’erano in gioco altri valori. Ma la MotoGP non fa una bella figura nel vedere i propri appassionati azzannarsi in offese reciproche che scadono troppo spesso nell’offesa gratuita e personale. Lo sfottò fa parte dello sport, l’ostilità appartiene a un modo bestiale di concepire le due ruote e la vita. Ognuno è libero di fare la sua scelta.

L.C.