Kimi Raikkonen (Getty Images)

F1 | Raikkonen sulla paternità: ecco la sua risposta alla provocazione

Nel grigiume totale e deprimente del circuito di Shanghai ci ha pensato Kimi Raikkonen a tirare su il tono del pomeriggio, ora locale. Piuttosto amato dal pubblico asiatico il finnico dell’Alfa Romeo è stato il più richiesto dai media presenti alla classica conferenza stampa del giovedì.

Rispetto all’auto che ho guidato nei test di Abu Dhabi dello scorso anno, la C38 è senz’altro un passo avanti, tuttavia, resta ancora molto da fare, in particolare a livello di downforce“, ha attaccato condividendo le sue sensazioni dopo le prima due gare del 2019. “Il pacchetto a disposizione è forte, il passo anche, dunque dobbiamo lavorare soltanto sui dettagli e finalizzare“.

Vero veterano della F1, Iceman ha quindi ricordato di quando da ragazzino seguiva Keke Rosberg alla tv e tifava per i piloti finnici, inconsapevole che un giorno sarebbe stato uno di loro, malgrado un discreto percorso nei kart. “Anche se ormai gareggio da tanti anni, non è difficile per me trovare le motivazioni. Cerco sempre di fare quello che posso e al meglio. Non sempre tutto fila liscio, ma è normale che sia così”, ha proseguito rispondendo a chi gli chiedeva come fa dopo tanto tempo ad avere ancora voglia di schierarsi sulla griglia.

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Quindi alla battuta sui due figli, Robin e Rianna, che dovrebbero renderlo due secondi più lento il 39enne di Espoo ha scherzato: “E’ una leggenda quella che si va meno forti quando si diventa genitori. A me non sembra di andare diversamente!“.

E se un po’ tutti i piloti hanno portato per il GP numero 1000 della storia del Circus un casco particolare, lui, in suo stile ha fatto spallucce ribattendo di non aver pensato a nulla di particolare da aggiungere anche se gli sarebbe piaciuto indossare un modello apeto, in vecchio stile. E a chi gli ricordava che una volta aveva omaggiato il suo idolo James Hunt, ha ribattuto un po’ nostalgico: “Era molto tempo fa. Sarebbe comunque bello poter tornare alle corse degli anni ’60 – ’70. Allora esisteva soltanto la pura competizione“.

Chiara Rainis

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