Merzario in pista
Arturo Merzario (Getty Images)

F1 | Merzario a TMW: “Per 30 anni rapporto da schifo con Niki Lauda”

Nel giorno della morte di Niki Lauda la mente non poteva che correre ad Arturo Merzario, l’uomo che 43 anni fa gli salvò la vita estraendolo dalla Ferrari in fiamme e praticandogli poi la respirazione artificiale. Il buon Arturo, una carriera stellare alle spalle fatta di successi in ogni categoria e su ogni pista, si è concesso ai microfoni di Tuttomotoriweb.com per un’intervista in cui ci ha raccontato la sua F1 e il suo rapporto con il campione austriaco.

Come è nata la tua passione per la velocità?
Nelle mie zone prima che nascessi si correva una famosa gara con i grandi del passato sul Circuito del Lario sul Lago di Como. Correvano i vari Bandini e Nuvolari. Sulla stessa pista si correvano poi anche famose gare di bici come il Giro della Lombardia o il Giro d’Italia quando io ero piccolo.

Si correva vicino la Chiesetta del Ghisallo, patrono dei ciclisti. Io li seguivo lì con la mia biciclettina nei loro allenamenti i vari Coppi e Bartali, poi crescendo, intorno ai 16 anni cominciai a correre con la motocicletta sia con la Rumi che con la Iso moto e guarda caso dopo 20 anni corsi in F1 con il team Iso, prima con il padre e poi con il figlio.

Quando arrivò l’età dell’automobile a 18 anni cominciai a correre con quella. All’epoca i Kart non c’erano in Italia, o meglio erano per pochi ed erano con le ruote delle carriole praticamente. Io debuttai nel 1962 a Monza con una Giulietta Spider, che era quella che usavo per andare a scuola.

Ero un fortunato, appartenevo ad una famiglia non ricca, ma benestante. Utilizzavo una vettura importante. Una Giulietta Spider all’epoca per un ragazzino era come avere una Ferrari oggi piuttosto che una Pagani o una Lamborghini. Da lì il mio talento mi ha permesso di farmi subito ingaggiare da Abarth, che all’epoca era la casa che dava le opportunità maggiori. Poi approdai in Ferrari e Alfa Romeo.

Negli anni ho corso per Porsche, in F1 ho corso per tutti tranne che Lotus e Tyrrell tra i marchi della mia epoca. Poi ho finito con la Merzario dove mi sono lasciato coinvolgere nel fare una macchina mia che mi è costata tanto, infatti ho dovuto pagare molti debiti, ma non ho timore a dirlo perché tanto li ho pagati tutti io.

Quanto è distante questa F1 dalla tua?
Ci sono anni luce. La F1 della mia epoca sino agli anni ’80 era una competizione motoristica dove si lasciava spazio ai piloti, ai meccanici, all’inventiva degli ingegneri. Dagli anni ’90 in poi, con l’avvento della tecnologia, sono stati sfalsati i veri valori degli uomini. Non solo dei piloti però, anche dei tecnici e degli ingegneri. Una volta un tecnico che si metteva lì a disegnare un pezzo di una moto ci impiegava un giorno e se la sera aveva sbagliato un millimetro era un giorno di lavoro buttato e rischiava il licenziamento. Oggi con l’avvento dei PC in 5 minuti si disegna una cosa e se non va bene si schiaccia un bottone, si cancella e si ricomincia da capo.

Sui campi di gara inoltre chi la fa da padrone non è più il pilota, il meccanico o il tecnico bensì è un insieme di comunicazioni tra macchine, o meglio tra PC che si scambiano dati e a decidere è il muretto. Dai box decidono chi va e cosa fare.

Trovo assurdo sentire che dal muretto un somaro che non ha mai guidato nemmeno una 500 sportiva dà degli insegnamenti ad un pilota come Vettel o Hamilton dicendogli dove frenare o accelerare perché la telemetria gli dice quello. Poi per carità i dati sono corretti, ma ritengo incredibile che chi magari non sa assolutamente niente di automobilismo o motociclismo si permetta di dire ad un pilota come deve guidare.

Raccontaci dell’incidente di Lauda, cosa successe quel giorno?
Su quell’incidente sono state dette tante cose, ma in pochi sanno una cosa, è vero ho patito le fiamme dell’inferno per estrarre Niki dall’abitacolo e se fosse rimasto altri 5 secondi lì sarebbe stato spacciato. I medici giunti sul posto che hanno prestato i primi soccorsi al pilota però hanno riferito che la salvezza di Niki è stata che io gli ho praticato la respirazione artificiale e il massaggio cardiaco consentendo così al sangue di defluire al cervello non procurandogli così un’embolia che lo avrebbe portato in stato comatoso come oggi è Schumacher.

In Germania, in un programma che fece RTL dove c’eravamo io, Niki e i medici che lo avevano assistito hanno specificato tutto ciò e per me è stato un motivo di orgoglio. In quel momento ho pensato di fermarmi, ma potevo tirare anche dritto. Non c’era tempo e spazio per capire cosa fare in quel momento. Quello che ho fatto però è stato molto importante e in pochi lo hanno scritto o detto. Hanno sempre valorizzato il mio gesto di buttarmi tra le fiamme. Io ci provai due volte ad estrarlo dalla macchina prima di riuscirci.

Come era il rapporto tra te e Niki?
Per i primi 30 anni era da schifo nel senso che, al di là del semplice “ciao” per educazione, non c’è mai stato un ottimo rapporto. Anzi ti dirò, dopo l’incidente, quando lui ritornò al GP di Monza, passando fuori dalla tenda della March dove io correvo, mi salutò semplicemente, senza dirmi neanche un grazie per averlo salvato. Da quel momento l’ho cancellato.

Bernie Ecclestone negli anni ha fatto diventare la F1 grande e all’attenzione dei media. Sino agli ’80 la facevano da padrone gli sport prototipi ed io ho vinto 3 campionati: uno con la Ferrari, due con l’Alfa e tre volte vice-campione del mondo. Quel programma di RTL però mi aveva fatto aprire gli occhi e Ecclestone si inventò la riappacificazione nel 2006 tra me e Lauda sul Nurburgring per l’inaugurazione del nuovo circuito rifatto.

Ci fu una gag nel punto dove Niki aveva avuto l’incidente e venimmo sottoposti a tutta una serie di domande su come era avvenuto tutto. A quel punto mi sono reso conto dell’importanza e del ruolo che ho avuto in quella cosa. Da quel momento, grazie ad Ecclestone, ci siamo dati la mano io e Niki e poi ogni 15 giorni mediamente ci siamo cominciati a sentire per i restanti 15 anni. Ci scambiavamo varie opinioni e ci beccavamo in Sardegna.

Invece il rapporto tra Lauda e Ferrari?
Io non lo so perché non c’ero, non ero presente. L’unica cosa che posso dire, avendo vissuto 5 anni a Maranello, è che non c’è niente di strano sulle voci sul rapporto difficile tra il Drake e Lauda. Infatti Ferrari lo lasciò a piedi nel 1978. A Maranello quando un pilota arriva al 50% del marchio Ferrari ti eliminano. Che tu faccia il meccanico, il tecnico o il pilota ti fanno fuori perché deve sempre prevalere il marchio e ancora oggi è così. Il nome Ferrari deve stare davanti a tutti.

Quale è stata l’emozione più forte della tua carriera?
L’emozione più forte in assoluto è stata quando in una telefonata dove Enzo Ferrari mi offrì una colazione io lo mandai a quel paese perché credevo fosse uno scherzo. Era un anno che tutti i miei amici dicevano che mi avrebbe chiamato Ferrari e quindi io pensavo in uno scherzo. Un giorno ero in Abarth e mi chiamarono al centralino per dirmi che c’era il Drake al telefono. Io a quel punto risposi: “Io sono Arturo Merzario di cosa hai bisogno?”. Mi invitò ad una colazione. All’epoca era maggio e io risposi: “Guarda a settembre, al mio rientro dalla 500 Km di Imola, se avrò tempo mi fermerò a Maranello, ma sarà difficile”. Io erano 3 anni che correvo per Abarth.

A Imola il venerdì si presentò un signore che si chiama Valerio Stradi, purtroppo non c’è più, era il segretario personale di Enzo Ferrari e mi disse che il commendatore voleva sapere se lunedì mi fermavo a colazione. A quel punto mi resi conto dell’errore fatto. Non era uno scherzo e quando entrai nello studio che c’erano 5 persone tra cui Forghieri e Gozzi e Ferrari disse in modenese: “Questo è quello che non avevo tempo di venire a Maranello?”. Da lì cominciò la mia avventura in Ferrari. Mi misero davanti il contratto dicendomi di firmarlo, ma io gli dissi che avevo ancora un contratto con Abarth e loro mi dissero che ci avrebbero pensato. Pagarono una penale che per l’epoca era molto alta.

Venni subito utilizzato in Ferrari. La cosa bella è che il lunedì sera quando andai in Abarth per prendere le mie cose la portineria mi ha proibito di entrare in fabbrica. Così non ho corso la 500 Km del Nurburgring.

Cosa manca a questa Ferrari per tornare vincente?
Non manca nulla, mancano un insieme di cose. Due anni fa rischiarono con Vettel di fare bella figura, l’anno scorso hanno fatto di tutto per perdere il titolo e quest’anno stanno facendo la stessa cosa. Siamo alle solite storie. A Maranello nessuno si assume le proprie responsabilità a differenza di ciò che accade nelle altre squadre. Insomma è un po’ come a Roma in politica ognuno vuole tenersi la sua poltrona.

Il periodo di Luca di Montezemolo è stato grandioso, ha reso la Ferrari il marchio più importante al mondo. Già ai miei tempi lo volevano svendere. Montezemolo ebbe la bravura e la fortuna di ingaggiare Schumacher, Todt, Byrne e Brown e creare quella strada stellare che nel giro di qualche anno dominò. Smantellato quello siamo ritornati alla mia epoca: buio assoluto.

C’è un pilota di quelli attuali che ti piace particolarmente?
Hamilton quando vinse a Monza con la GP2, Ecclestone mi disse: “Andiamo a festeggiare il black-man”. Io gli dissi: “Questo farà molta strada”. Lui è un campione nato come Niki o un piccolo Merzario, mi ci metto anche io perché in F1 sono stato sfortunato, ma negli sport prototipi ho detto la mia. In F1 non ho potuto esprimere il massimo del mio potenziale. Tutti gli altri, è brutto dirlo, ma sono “uno dei tanti”.

Ti piacerebbe guidare una di queste F1?
No, non sarei capace. Devi nascere con questi giochini. Io se dovessi guidare questa F1 moderna farei le stesse cose che facevo all’epoca con le mie macchine e perderei tanto tempo rispetto agli altri. Non riuscirei ad avere quella fiducia che hanno oggi questi piloti aiutati dall’elettronica. Uno che è abituato alla vecchia maniera continua a guidare così.

Viceversa se diamo una mia macchina ad un pilota di oggi probabilmente non termina il primo giro, è già morto. Io non farei un tempo perché l’istinto mi porterebbe a fare manovre che mi rallenterebbero, ma mi porterebbero al traguardo. Questi ragazzi, invece, con la mia auto non arriverebbero vivi al traguardo.

Cosa faresti per migliorare lo spettacolo di questa F1?
Questa è una cosa retorica che non si può dire. Bisognerebbe tornare indietro di 20 anni, ma la tecnologia e il mondo va avanti e bisogna adeguarsi. Bisognerebbe limitare certi accorgimenti aerodinamici. Le lascerei fare alla NASA queste cose qui.

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