Filippo Di Mario e Michael Schumacher (Ph Passione Rossa Facebook)

F1 | ESCLUSIVA, Filippo Di Mario: “Vi racconto il mio Schumacher”

Spesso ci capita di restare rapiti da un’immagine, di chiederci cosa sia accaduto dopo quell’istante fermato per sempre nel tempo. Tutta questa magia però aumenta quando si parla di F1. Lì dove va tutto così veloce e gli istanti si moltiplicano è ancora più complicato bloccare il momento giusto, quello che davvero racconta una gara, un weekend, una stagione e perché no, persino un’intera carriera.

Filippo Di Mario, dietro l’obiettivo della sua macchina fotografica ha bloccato per sempre tanti momenti della vita agonistica di Michael Schumacher regalandoci scatti che hanno saputo raccontare ed emozionare. Noi di Tuttomotoriweb.com gli abbiamo chiesto di regalarci un piano-sequenza della sua vita vissuta accanto al campione tedesco.

Come è nata la tua passione per la fotografia?
Comincia da lontano, molto lontano, non nasco fotografo sportivo. Nasco fotografo di paesaggi, figure ambientali, ritratti, in pratica un fotoamatore. Come tutti ho cominciato a fare concorsi a livello nazionale ed internazionale. La Federazione Italiana concede 10 anni di tempo per diventare artista della fotografia italiana. Evidentemente avevo molto da dire perché subito, dopo 4 anni, ho avuto il titolo visto che avevo già ottenuto più del doppio delle accettazioni che erano necessarie. Accettazioni vuol dire le fotografie che vengono premiate nei vari concorsi o che comunque vengono esposte in sala. Su 7-8mila che ne arrivano vengono esposte 60-70.

Il fatto che mi sono ritrovato a fare fotografia sportiva è stato un caso. C’è stata la mia conoscenza improvvisa con Franco Villani, un grande fotografo sportivo, il più grande che abbiamo avuto in Italia. Serviva una foto di un paesaggio per una brochure e dopo varie selezioni ho vinto il concorso indetto da Canon, da lì è nata l’amicizia con Villani che invece vinse con una foto di Lauda sotto la pioggia. Mi ha voluto portare con sé a vedere una gara di motociclismo, poi mi ha voluto come suo collaboratore. Le mie ferie, i miei sabati, le mie domeniche li dedicavo a lui. Ho fatto così questa esperienza con lui ed ho trovato così sulla pista qualcosa di interessante. Ho cercato così di fare delle cose artistiche anche lì perché non è detto che una foto sportiva debba conservare delle regole ben precise. A me piaceva creare la scena, così studiavo la luce e andavo a cercare quelle curve e quegli scenari per poter esprimere la mia creatività.

Mi sono sempre espresso con il colore, mai con il bianco e nero. Ho avuto 10 anni di collaborazione con Villani in cui facevo contemporaneamente basket, calcio e Gran Premi aggiungendone sempre qualcuno in più.

Raccontaci del tuo rapporto con Ecclestone.
Bernie Ecclestone ha fatto l’impossibile per fare una squadra composta da Schumacher e Valentino Rossi. Io avevo il pass FOM, l’ho avuto per 16 anni. Non dipendevo da nessun giornale, da nessun team e da nessuno sponsor. Potevo andare dove volevo. Avevo il pass che avevano i piloti e questo mi ha permesso di fare delle cose particolari che poi mi hanno aiutato a fare quello che poi ho raccontato in Passione Rossa.

Il contratto che c’è stato tra me e Ecclestone è stato questo: io nel 2000 ero arrivato in F1 per sostituire il povero Amaduzzi, dovevo aiutarlo e poi lui purtroppo non ce l’ha fatta. Io a quel punto ho continuato a fare i GP. Michael vinse il titolo e l’anno dopo Rombo mi ha offerto il pass, ho lavorato sino a giugno e a quel punto Rombo stava per chiudere. Qualcuno dei miei colleghi allora sono andati da Bernie a dargli che non aveva più senso che io stessi lì perché Rombo stava per chiudere. A quel punto Lattuneddu mi ha chiamato e io non lo conoscevo e mi ha chiesto come stavano le cose. Gli ho spiegato che effettivamente Rombo stava per chiudere e gli ho chiesto di restare qualche altra gara per chiudere il campionato.

A quel punto lui mi ha chiesto dei miei lavori particolari che facevo con la Ferrari e per la Fila (l’unico sponsor che io ho avuto perché quando arrivò a Maranello vollero che io lavorassi per loro). Mi ha chiesto a quel punto di portare le foto e mi ha accompagnato al dipartimento grafico della FOM dove facevano i manifesti e le grafiche della F1. A quel punto mi hanno proposto di lavorare con la FOM con un contratto di fotografo con uso commerciale.

Ogni GP io gli passavo dalle 200 alle 300 fotografie per raccontare quella determinata gara in maniera artistica come facevo io. Questa cosa è durata 16 anni. Ho avuto la furbizia di fondare subito Passione Rossa perché sul contratto dovevo scrivere qualcosa. Durante i GP oltre le foto che facevo per la FOM, per la Ferrari e per la Fila io feci aggiungere quelle artistiche fatte per Passione Rossa. I calendari, i libri che ho fatto con Michael li ho lanciati sotto il brand Passione Rossa e sono andato avanti con quello perché chiaramente Bernie non mi pagava. Il copyright lo abbiamo avuto in tre e ce l’abbiamo ancora.

Ci racconti il tuo primo incontro con Michael?
Nel 1996 ho conosciuto Michael a Imola, dove la Ferrari faceva i test. In passato avevo già fotografato la Ferrari, avevo fatto Berger, Alesi, Alboreto, però sempre per l’Agenzia senza cercare di raccontare una storia, di fare di quelle foto un qualcosa di particolare, come, invece, mi è venuto da subito di fare con Schumacher. Ho provato a fotografarlo alla variante bassa nonostante la pioggia, lo vedevo girare talmente veloce che mi metteva in difficoltà.

Dopo un paio di giri sono andato ai box, l’ho trovato lì e gliel’ho chiesto perché non capivo perché lo vedessi sempre “rotondo” in curva mentre con tutti gli altri piloti io riuscivo a capire. Lui si è messo a ridere e mi ha detto: “Io ho il mio sistema, io accelero e freno contemporaneamente in curva e questo mi permette di uscire dalla curva almeno 4-5 metri prima degli altri con il piede già sul gas tenendo la macchina ferma sul freno”. Io a quel punto gli ho detto che l’avrei domato. Lui ha sorriso e ci siamo stretti la mano.

Quello fu un giorno fortunato. Nel pomeriggio smise di piovere, lui era nel box con i meccanici e io mi ero riparato lì. Avendolo lì di fronte a me la voglia di fotografarlo era troppo grande. Gli ho fatto segno se potevo prendere la macchina e fotografarlo. Lui ha aperto le braccia e mi ha fatto segno di si. A quel punto mi sono abbassato per prendere la macchina e quando inquadro mi ritrovo investito da una luce gialla che mi passa davanti. Quando ho alzato la testa ho visto che si era messo la paletta, quella dove c’è il cavallino nero sul cerchio giallo e con la bandiera italiana intorno, davanti al viso.

Lui prese la paletta se la mise davanti al viso e poi se la tolse ad una velocità impressionante. Io ho avuto la fortuna e la prontezza di fare due scatti: il primo è quello dove per un centimetro si vedono il mento e i denti ed è riconoscibilissimo, il secondo, invece, non l’ho mai mostrato e c’è lui che ride e si sta togliendo la paletta da davanti al volto.

Hai qualche aneddoto con Schumi del quale ci vuoi rendere partecipe?
Sempre quel giorno, dopo un po’ spuntò un pallone nel piazzale e lui ci mise il piede sopra e fece le squadre. C’erano tecnici che avevano il pantalone nero e la maglietta bianca, credo fossero della Marelli, poi c’erano i tecnici della Ferrari vestiti di rosso. Lui li ha divisi da una parte e dall’altra e feci quella famosa foto che poi pubblicarono tutti. Nessuno aveva mai visto giocare a calcio Schumacher, con una tuta e delle scarpe da guida. Quel giorno quindi feci tante foto.

A quel punto stampai tutte le foto e gliele portai a vedere. Lui si soffermò su quella con la paletta e mi chiese se avessi usato Photoshop, gli dissi di no e lui mi fece i complimenti perché lui era stato davvero veloce nel fare quel movimento e non credeva che fossi riuscito a cogliere quella cosa lì. Da quel momento in poi siamo diventati amici attraverso le immagini e lui ha capito che io ero un fotografo diverso. Io cercavo la fotografia artistica.

All’epoca, nonostante i fotografi che lavoravano per la Ferrari erano molto, ma molto bravi, le foto per l’annuario, la maggior parte le prendevano da me. Michael lo sapeva e da lì è nata la nostra amicizia.

Antonio Russo

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