Michael Schumacher e Charles Leclerc (Getty Images)

F1 | ESCLUSIVA, Filippo Di Mario: “In Leclerc vedo la calma di Schumacher”

Filippo Di Mario ha passato un’intera carriera ad immortalare i momenti più importanti della storia recente della Ferrari. Con le sue foto e i suoi ritratti ha saputo bloccare l’essenza degli attimi più intensi della vita sportiva di Michael Schumacher. La sua mostra, Schumacher 50, che ha raccolto sinora numeri da record, attualmente fa tappa all’Autodromo di Imola e sarà lì sino al 28 aprile. Noi di Tuttomotoriweb.com pubblichiamo di seguito la terza ed ultima parte della lunga intervista che abbiamo condotto con Filippo Di Mario.

Ci sono foto che restano nella storia, quando capisci che hai fatto uno scatto che resterà nella memoria globale?
Ho fatto un ritratto particolare il giorno della prima pole di Michael in Ferrari che ha fatto a Imola. Prima della partenza, concentratissimo, mi ha dato un’occhiata e quella sarà la copertina del prossimo libro che sto preparando.

Però la foto che subito ho capito che sarebbe passata alla storia è stata fatta 3 giorni dopo quel famoso 2 giugno 1996 quando lui ha vinto in Spagna la prima gara con la Ferrari sotto la pioggia, feci anche quella foto e la portai con me a casa. La Ferrari il lunedì successivo provava a Imola e dopo 3 giorni lì atterrò con l’elicottero l’avvocato Agnelli con Montezemolo.

Loro arrivarono da dietro, Schumacher era in macchina in attesa di ripartire, aveva già fatto dei giri ed era in un momento di pausa prima di ripartire. Quella era la prima volta che l’avvocato Agnelli vedeva Michael Schumacher. Lui si è tolto i guanti, si sono stretti la mano, l’avvocato si abbassò e cominciò a parlare con lui. La fortuna ha voluto che io fossi da solo perché io lo seguivo ovunque, non c’erano altri fotografi.

Era il 1996, Michael era appena arrivato e quindi erano delle prove libere blande. Lì, con quello scatto, ho subito capito che stavo documentando qualcosa che poi sarebbe rimasto per sempre nella storia. Io ero sicuro che lui avrebbe vinto e l’avvocato Agnelli fu lui a volerlo in Ferrari.

Una fotografia degli anni in Ferrari di Michael.
I primi 4 anni vinceva delle gare, ma non è riuscito a portare a casa il titolo. Ci sono stati momenti in cui qualcuno voleva mandarlo via. Michael però era molto in sintonia con Jean Todt e credeva molto nel gruppo. La prima cosa che faceva appena scendeva dalla macchina era parlare con i tecnici e dirgli le sue sensazioni. Loro lavoravano su quello che gli diceva lui e questo ha fatto si che piano piano, formando quella meravigliosa squadra di tecnici, si è creato un gruppo vincente.

Quando nel 2000 ha avuto una macchina un tantino più affidabile e veloce delle altre lui l’ha portata a vincere il Mondiale. Quello è stato l’anno in cui noi siamo entrati in grande sintonia. La nostra amicizia si era rafforzata. Le foto che ora sono presenti alla mostra lo dimostrano. Michael sapeva che io seguivo solo lui, mentre gli altri fotografi scappavano sulla griglia per fare le foto a tutti, io scattavo le foto a lui. Quando andavo al box non è che dovevo fare in fretta perché dovevo fare tutti gli altri piloti, io andavo da lui.

Lui rideva e diceva: “Tu sei l’ultimo fotografo che vedo quando esco dal mio box per andare a schierarmi sulla griglia di partenza e quando arrivo lì ti trovo già lì”. Io gli dicevo che se non c’ero io lui non vinceva, ero diventato un po’ un suo portafortuna. Mai Jean Todt mi ha detto di spostarmi. Io ero sempre in mezzo a loro, ben oltre lo spazio dedicato di solito ai fotografi.

Michael con il passare degli anni, scendeva sempre dallo stesso lato, con la faccia rivolta verso i meccanici, poi faceva un giro su sé stesso, si girava dall’altro lato e c’ero io. Lui era un maniaco della perfezione e infatti mi chiedeva spesso come facevo a fare certe foto e io chiedevo a lui come faceva a fare certe cose in pista. Lui mi diceva che aveva il tracciato in mente, poi mi diceva: “Se tu non osi, se non passi quel centimetro più in là rispetto agli altri, tu non fai la differenza, tu non vinci. Poi anche quando hai vinto non devi pensare di aver trovato la strada per vincere sempre. Sei stato fortunato perché hai trovato un buon connubio con la tua squadra che ti ha fatto una buona macchina e tu facendo dei tempi importanti l’hai portata alla vittoria, ma non devi mai dimenticarti di guardare ai tuoi avversari perché guardando loro vincerai sempre, perché imparerai sempre”. Vincere il campionato, invece, è diverso perché lì è una questione di punti, in quei casi devi ragionare.

Cosa ne pensi di Vettel?
Io l’ho visto vincere, aveva sicuramente una macchina superiore, ma lui a freddo, al primo giro, guadagnava 1 secondo e mezzo su tutti, cosa che non ho mai visto fare a nessuno. Lui però si è reso spesso protagonista di quello che io definisco “fallo di reazione”. Ogni volta che Hamilton lo passa lui spinge sull’acceleratore e non tiene più la macchina e se continua così bisognerà solo sperare che Leclerc mantenga le attese.

Se ti dico Mick Schumacher e Leclerc invece?
Mick Schumacher è ancora troppo giovane. Deve arrivare in F1 passando per la vittoria nel campionato F2. Io però ho paura che se la Ferrari si ritrovasse malauguratamente già fuori dalla lotta al titolo a 3-4 gare dalla fine potrebbe pensare di piazzare già Mick in macchina giocando sul nome e rischiando di bruciarlo. Leclerc, invece, credo sia un predestinato. In lui vedo la calma di Michael dei primi tempi. Sa che dipende dalla squadra e che è in un team importante.

Antonio Russo

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