Tra dubbi e difficoltà, la Formula 1 sta procedendo a stilare il protocollo per garantire agli addetti ai lavori del paddock la sicurezza contro i contagi

Gli uomini del team Ferrari nel paddock di Melbourne per il Gran Premio d'Australia di Formula 1 (Foto William West/Afp/Getty Images)
Gli uomini del team Ferrari nel paddock di Melbourne per il Gran Premio d’Australia di Formula 1 (Foto William West/Afp/Getty Images)

Il progetto ormai annunciato dalla Formula 1 è quello di partire nel luglio prossimo dal Gran Premio d’Austria. Sì, ma come? A parte l’inevitabile scelta delle porte chiuse, gli organizzatori del campionato stanno predisponendo una serie di misure precauzionali per ridurre al minimo il rischio di contagio all’interno del paddock e dunque garantire la sicurezza e la salute degli addetti ai lavori contro la pandemia di coronavirus.

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L’idea, auspicata dal ministro della Salute austriaco Rudolf Anschober, è quella di isolare tutti i membri delle squadre e i lavoratori in pista rispetto al resto del mondo, creando una sorta di “circuito chiuso” che percorrerebbero solo loro per andare dall’albergo alla pista. Ma gli ostacoli da superare per definire nel dettaglio questo protocollo sono ancora numerosi. Intanto bisogna decidere quanto personale è necessario prevedere, non solo tra i tecnici dei team ma anche tra i commissari di pista.

I rischi per i commissari della Formula 1

“Mi è stato chiesto di quantificare il personale necessario in pista”, ha spiegato Dave Smithson, portavoce dell’associazione di categoria inglese Bmmc, ai microfoni di GP Fans. “So che alcuni organismi governativi ci stanno pensando. Bisogna tenere presente che, una volta stabilita un’eventuale riduzione e qualcosa andasse storto, sarebbe troppo tardi. Se non hai gli uomini giusti sul campo quando succede qualcosa, ci potrebbero essere enormi problemi”.

Ma, per le caratteristiche stesse del loro lavoro, i marshal rischiano di non essere materialmente nelle condizioni di rispettare il distanziamento sociale: “Ci sono alcuni ruoli e alcune situazioni nelle quali rispettare la distanza non può essere possibile”, prosegue Smithson. “Per esempio in pit lane, o le squadre nei camion dei pompieri o le ambulanze o le strutture mediche. Se si verifica un incidente in pista e c’è la necessità di estrarre un pilota, non puoi preoccuparti della distanza tra le persone. Penso ad esempio ad un’auto in fiamme. Bisogna essere consapevoli di tutto questo”.

Il progetto dell’app anti contagio

A dare una mano potrebbero essere gli strumenti tecnologici. Il presidente del sindacato dei piloti Gpda, Alex Wurz, ha lanciato l’ipotesi di utilizzare un’app per comunicare immediatamente gli eventuali contagi: “Potremmo essere rintracciati con una applicazione sul telefonino, in modo che, nel caso dovesse succedere qualcosa, saremmo subito informati”, ha spiegato ai microfoni della tv austriaca Orf. “Quando qualcuno viene contagiato, si avvisano immediatamente tutti gli altri della positività e della necessità di quarantena per chi è venuto in contatto con lui. In questo modo le persone verrebbero contattate e istruite subito”.

Secondo l’ex pilota Wurz, però, la Formula 1 avrebbe un vantaggio notevole rispetto ad altri sport: “Il nostro non è uno sport di contatto, è di squadra ma non di contatto. Abbiamo un pilota protetto da un casco. Abbiamo meccanici al pit stop sempre con i caschi. Le riunioni si svolgono comunque lontani e con le cuffie. Siamo abituati a tenere una certa distanza sociale di uno o due metri”.

Gli uomini della Ferrari lasciano il paddock della Formula 1 al Gran Premio d'Australia a Melbourne (Foto William West/Afp/Getty Images)
Gli uomini della Ferrari lasciano il paddock della Formula 1 al Gran Premio d’Australia a Melbourne (Foto William West/Afp/Getty Images)