Poggiali a TMW: “Orgoglioso della mia carriera. Voglio crescere con Gresini”

Abbiamo intervistato Manuel Poggiali, ex pilota con due titoli mondiali vinti in carriera e oggi coach del team Gresini Racing.

Manuel Poggiali
Manuel Poggiali (©Getty Images)

Manuel Poggiali è un due volte campione del mondo, avendo vinto un titolo nella classe 125 nel 2001 e uno in quella 250 nel 2003. Ha lasciato grandi ricordi ai tifosi, che ancora oggi non mancano di manifestargli il loro affetto.

Attualmente l’ex pilota svolge il ruolo di coach del team Gresini Racing nelle categorie Moto3, Moto2 e MotoE. Una posizione molto importante che gli permette di aiutare piloti e squadra a compiere miglioramenti nel corso dei test e dei weekend di gara. Il 37enne sammarinese ha iniziato un percorso che in futuro potrebbe portarlo ad avere ulteriori incarichi di responsabilità.

Manuel Poggiali intervistato da Tuttomotoriweb

Ciao Manuel, come stai? Come vivi questo periodo difficile causato dal coronavirus?

«Si tratta di un periodo enormemente complicato per tutti. Moltissime persone hanno un lavoro, delle attività e dei progetti da portare avanti. Tale situazione può distruggere le cose che abbiamo in piedi. Da un mese e mezzo sono a casa, per fortuna io e i miei familiari stiamo bene. Tutti stiamo facendo tutti dei sacrifici. Purtroppo il numero dei casi rimane alto. A San Marino crescono. C’è qualcosa che non torna. Faccio fatica a capire cosa realmente mi accade intorno. Penso che finché non arriverà un vaccino dovremo convivere con questo virus».

A livello di squadra come state attraversando questo momento?

«Sento Fausto Gresini tramite video-chiamata. Abbiamo deciso di sentirci settimanalmente a livello di team con delle conference call, che spesso servono più per salutarci e fare squadra. Fausto ci informa delle piccole novità, quando ci sono. Esistono idee, ma si naviga a vista purtroppo. È difficile fare previsioni sulla ripresa del Motomondiale. Se si aspetta che tutto torni alla normalità, cosa che secondo me sarà possibile solo con un vaccino, di sicuro la stagione 2020 non si correrà».

Cosa pensi dell’opzione concreta di correre i GP a porte chiuse?

«Di primo impatto l’idea non mi piace, ma siamo in una situazione straordinaria e la capisco. Non gareggiare sarebbe peggio. Correre senza pubblico può essere una soluzione per permetterci di tornare a fare il nostro lavoro. Comunque va ricordato che gli addetti ai lavori arrivano un po’ da tutto il mondo. Viaggiando molto incontrano ovviamente altre persone, quindi possono sorgere dei problemi. È difficile gestire la situazione. Ora bisogna essere realisti. Spero torneremo prima possibile, ma ci sono problematiche reali da affrontare. Sono certo che verrà scelta la strada più sicura».

Come è nato il tuo approdo nel team Gresini Racing?

«È nato quasi per caso, onestamente. Ho incontrato Fausto in due occasioni separate nel 2017, poi a breve distanza dell’inizio della stagione 2018 mi ha chiamato dicendomi che voleva parlami a Faenza. In due ore abbiamo raggiunto un accordo che prevedeva un impegno molto soft, perché struttura ha anche un junior team che fa correre tre piloti giovani italiani del CIV. Siamo partiti così e c’è stata anche la possibilità di fare qualche gara nel Mondiale nella mia veste di coach. Nella mia testa e in quella di Fausto c’era e c’è l’idea di farmi crescere all’interno della struttura».

Ci spieghi in cosa consiste nello specifico il tuo ruolo di coach?

«Metto a disposizione dei ragazzi la mia esperienza e soprattutto quello che vedo da bordo pista. È un lavoro molto particolare, di fino. Devi fare attenzione non solo a quello che vedi, che è conseguenza di qualcosa. Bisogna capire da dove provengano delle problematiche, magari legate ad errori di guida o a problemi di setting. È un ruolo che serve per avere ancora più informazioni di quelle normalmente c’erano con le sensazioni del pilota trasmesse al capo-tecnico e che provengono dall’ingegnere elettronico. Da fuori vedo se certe situazioni possano dipendere dal pilota o da un aspetto tecnico della moto. Inoltre, osservo anche gli altri rider e posso fare un confronto. La mia posizione è molto interessante, avere più dati aiuta ad essere più veloci nei miglioramenti. Faccio tutto con grande passione, mi piace, sto nel mondo delle corse dopo aver fatto il pilota per tanti anni».

Come immagini il tuo futuro? 

«Mi piacerebbe crescere da tutti i punti di vista. Sono sempre stato molto esigente con me stesso, non mi accontento mai. Quando facevo secondo nelle gare non ero contento. Ho sempre cercato stimoli nuovi nella mia vita. Guardo sempre avanti ponendomi obiettivi nuovi. Non mi do dei limiti, quando ha competenze puoi fare qualsiasi cosa. Ovviamente serve esperienza. So di essere giovane ed è un’arma importante da sfruttare, ma bisogna anche essere veloci a imparare e a migliorare. Voglio costruire un percorso con Gresini Racing, mi trovo bene con questa realtà. È una struttura molto importante con una storia di rilievo. Penso di poterla rappresentare. Con Fausto e le altre persone ho un ottimo feeling. Certamente mi manca dell’esperienza, ma non la voglia. Futuro da team manager? Non posso negare che l’idea mi piaccia, è un obiettivo di lungo raggio».

Nicolò Bulega è stato un nuovo acquisto del team Gresini per il campionato Moto2. Che idea ti sei fatto su di lui?

«Credo che abbia enormi potenzialità, come tutti i ragazzi presenti in Gresini Racing. Possiamo costruire un percorso importante, le qualità ci sono. Lui è un ottimo pilota, secondo me finora ha raccolto meno di quello che avrebbe potuto fare. Le sue potenzialità sono nettamente superiori. Vanno approfondite un po’ di cose. Bisogna capire gli aspetti che non gli hanno permesso di rendere. Abbiamo parlato e c’è del lavoro importante da fare. Lui ha già fatto dei cambiamenti. Oggi ha un’impostazione diversa con il suo preparatore e le persone di fiducia attorno. C’è una squadra che lo assiste al 100%. Gli serve una realtà che gli dia fiducia estrema e che gli permetta di esprimersi».

Gabriel Rodrigo in Moto3 è pronto per vincere il titolo?

«Gabri è uno che ha le potenzialità per andare a podio tutte le domeniche. Crediamo molto in lui. Ha potenzialità più importanti di quello che ha mostrato finora. Lo scorso anno ha avuto tanti problemi fisici e ha perso un fratello, quindi anche da persona umana è stato condizionato. In Qatar ha fatto una grande gara, stando là davanti e dimostrando di essere competitivo. Un inizio positivo che gli ha dato una botta di fiducia. Lui deve vivere ogni gran premio a sé ottenendo ogni domenica il massimo, poi a fine stagione tireremo le somme. Non bisogna pensare troppo in là, il primo appuntamento è sempre la gara successiva e non il titolo. Serve procedere un passo alla volta».

Che mi dici invece di Jeremy Alcoba ed Edgar Pons?

«L’anno scorso quando Gabri si è fatto male abbiamo dovuto pensare a un sostituto. Con Fausto ci siamo confrontati e ho fatto presente il nome di Jeremy, dato sono informato sui campionati nazionali per capire su quali giovani investire per il futuro. Il suo è uno dei nomi emersi e la decisione è stata presa in fretta. Lui guidava una KTM e da noi ha trovato una Honda, quindi ha dovuto adattarsi. Si è comportato bene e si è guadagnato una possibilità. In Qatar ha chiuso nel gruppo dei migliori, settimo dietro Rodrigo. Un grande inizio. Edgar è molto puntiglioso e metodico. Ha potenziale importante. Viene dal CEV Moto2 che ha stravinto, ma non è il Mondiale e lì corrono con moto differenti. Si deve adattare. Inoltre abbiamo dovuto costruire una squadra, perché quella di Bulega era già collaudata e aveva lavorato prima con Navarro e poi con Lowes. Quella di Edgar invece è nuova, da amalgamare e necessita di tempo. In passato magari non era pronto, ma penso che possa essere una sorpresa della stagione se essa ripartirà».

Il team Gresini Racing ha trionfato nel primo campionato MotoE con Matteo Ferrari. Che esperienza è stata?

«Non partivamo favoriti, ma c’è stato un lavoro di squadra molto importante. Anche io ho dato un grande contributo fornendo i riferimenti e i modi di guidare in modo più performante. In MotoE si gira ancora di meno, per essere veloci la mia figura è stata importante per trasmettere certe informazioni. Matteo ha appreso tutto molto velocemente e presto siamo arrivati nelle posizioni che contano. Il team ha fatto un grande lavoro assieme a lui per essere vincente. Savadori è stato un buon compagno e la squadra è stata sempre unita, cosa fondamentale. Quest’anno al posto di Lorenzo abbiamo preso un italiano giovane e promettente come Alessandro Zaccone, sul quale crediamo molto. Ha fatto bene in Spagna nel suo primo test in MotoE e abbiamo fiducia in lui, le qualità non gli mancano».

Che bilancio fai della tua carriera da pilota?

«Ho iniziato con le mini-moto e nel 1997 ho vinto il titolo italiano classe Senior A, due anni dopo ero nel Mondiale. È stato qualcosa di incredibile. Il passo è stato importante in poco tempo. Il 1999 è stato un anno difficile, mio padre si era ammalato di una malattia che poi lo ha portato via. È qualcosa che poi non ti fa guidare serenamente, siamo innanzitutto persone umane. Non è stato facile risollevarsi non avendo a fianco una figura paterna, però sono riuscito a lavorare sodo e a realizzare il sogno che avevamo condiviso. Nel 2001 ho vinto il primo titolo 125, l’anno dopo l’ho sfiorato con una griglia che aveva Elias, Pedrosa, Dovizioso, Simoncelli e tanti altri. Nel 2003 ho vinto il mondiale 250 all’esordio. In seguito è iniziato un momento complicato, che comunque mi ha aiutato a crescere. Il 2004 è stato difficile, nel 2005 non volevo fare la 125 ma in 250 non c’erano posti. Da lì ho cominciato a vedere più nero che bianco. Ho capito che attorno serve sempre una serenità particolare con figure familiari per esprimersi al meglio. Quella condizione è venuta a mancare. Solo nel 2008 ho ritrovato un buon clima, dopo un anno sabbatico. Iniziavo ad essere performante, poi ho fatto qualche caduta e c’è stata la nascita di mio figlio. L’arrivo di una figura importante ha influito, anche perché avevo avuto l’esperienza con mio padre e non volevo perdermi quello che a me in parte è mancato. Non disponevo di un mezzo ufficiale, non era facile accontentarsi del quinto o sesto posto essendo stato abituato a vincere».

Il 2008 è stato l’ultimo anno nel Motomondiale, avevi solo 25 anni. Comunque sei un due volte campione del mondo, non tanti possono dire lo stesso.

«Vado fiero della mia carriera, ho avuto un percorso di alti e bassi. Vado avanti a testa alta, le esperienze mi hanno aiutato a crescere. Sono orgoglioso di quello che ho fatto in pochi anni. Il talento mi ha portato molto velocemente a esprimersi e a vincere. A volte a questo talento sono mancati degli spunti personali, lo ammetto. In certi casi sono mancate condizioni attorno che hanno reso difficile esprimersi al 100%. Oggi a distanza di anni vedo tanta gente che mi chiama, mi manda messaggi e mi fa complimenti da pelle d’oca. Riuscire a emozionare quando guidi non è una cosa comune, al di là della vittoria. Apprezzo più certi messaggi che ricevo che i titoli. È qualcosa che non ha prezzo. Questa è cosa di cui vado più orgoglioso, aver lasciato tali emozioni».

Manuel Poggiali 125
Manuel Poggiali campione del mondo 125 con la Gilera nel 2001 (©Getty Images)