Coronavirus, le colpe delle autorità cinesi: silenzi e bugie

0
72
Coronavirus
(Getty Images) 

Coronavirus, un’inchiesta del New York Times ricostruisce le responsabilità della Cina nell’aver sottovalutato la possibile epidemia

L’epidemia di coronavirus, con la città di Wuhan in Cina in quarantena dal 23 gennaio, parte da lontano. Le autorità del paese hanno decisamente sottovalutato il pericolo, con una serie di silenzi e bugie che hanno aggravato la situazione. Un’inchiesta del New York Times ricostruisce errori e responsabilità precise che hanno favorito il contagio. I primi casi a Wuhan, si spiega, si sono avuti probabilmente all’inizio di dicembre. Le prime informazioni sono state volontariamente nascoste per non offuscare i due importanti congressi del Partito Comunista nel mese di gennaio. Li Wenliang, un oftalmologo, racconta di aver avvisato alcuni studenti della sua scuola di medicina, il 30 dicembre, del fatto che alcune persone fossero in quarantena in pronto soccorso. Dopo solo tre giorni, la polizia lo ha costretto a firmare un documento dove ammetteva di essersi comportato in modo ‘illegale’, ma la notizia, intanto, era filtrata. Le autorità hanno dovuto intervenire, indagando sette persone per la diffusione delle notizie, spiegando però alla popolazione che non c’era bisogno di allarmarsi. Al tempo stesso, però, gli uffici dell’Organizzazione mondiale della sanità di Pechino erano stati avvisati dell’epidemia in corso. Li, in seguito, si è ammalato dopo aver curato una donna che non sapeva aver contratto il nuovo virus.

Tra le testimonianze, viene citata anche quella di un venditore di carne di maiale, Hu Xiaohu, al mercato del pesce di Wuhan, considerato il primo focolaio del virus. L’uomo spiega che a fine dicembre in molti, al mercato, si erano presentati con una strana febbre, finendo poi in quarantena in ospedale. Il primo gennaio, il mercato fu chiuso per la disinfestazione, ma le autorità annunciarono che il virus era stato fermato alla fonte. Ciononostante, il 10 gennaio, un uomo di 61 anni che faceva abitualmente la spesa al mercato fu la prima vittima della malattia. La morte fu comunicata solo due giorni dopo, senza specificare che sua moglie aveva contratto gli stessi sintomi, direttamente a contatto con lui. Il 7 gennaio, i ricercatori dell’Istituto di virologia di Wuhan isolavano la sequenza genetica nel ‘2019-nCoV’, condividendolo quattro giorni dopo in un database pubblico per scienziati di tutto il mondo. Ma le autorità hanno continuato a minimizzare: in un discorso pubblico del 7 gennaio, il sindaco di Wuhan non ha mai accennato la malattia. E durante i Congressi nazionali del Partito Comunista sopraccitati, la Commissione sanitaria ha negato più volte l’emergere di nuovi casi, nonostante la denuncia presentata alla Commissione sanitaria nazionale su un sito governativo da un medico di Wuhan rimasto anonimo. La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità pensava alla cosa in termini rassicuranti, ma il 13 gennaio il primo contagio fuori dalla Cina, annunciato dalla Thailandia, ha acceso i riflettori. Solo il 20 gennaio, fu ammesso che il virus si trasmettesse anche da persona a persona. A quel punto i morti erano già tre, con un paziente che aveva infettato da solo almeno 14 persone tra medici e personale sanitario. Da lì, la messa in quarantena. Il sindaco di Wuhan, per giustificarsi dal non aver parlato prima della malattia, ha spiegato che la legge consente ai governi provinciali di denunciare un’epidemia solo dopo aver ricevuto l’approvazione del governo centrale.