Luca Dal Monte a TMW: “Cosa direbbe Enzo Ferrari di Vettel e Leclerc”

La coppia di piloti della Ferrari, Charles Leclerc e Sebastian Vettel (Foto Charles Coates/Getty Images)
La coppia di piloti della Ferrari, Charles Leclerc e Sebastian Vettel (Foto Charles Coates/Getty Images)

F1 | Luca Dal Monte a TMW: “Cosa direbbe Enzo Ferrari di Vettel e Leclerc”

Dopo il grande successo internazionale di “Ferrari Rex”, definita dal New York Times la “biografia definitiva” di Enzo Ferrari, Luca Dal Monte è tornato in libreria con la sua ultima fatica, “La congiura degli innocenti” (edizioni Giunti e Giorgio Nada). Un libro che tratta personaggi e soprattutto vicende molto più oscure, sepolte nella storia del Mondiale di Formula 1: quelle della seconda partecipazione della Alfa Romeo, come costruttore ma prima ancora come motorista della Brabham di Bernie Ecclestone. TuttoMotoriWeb.com lo ha incontrato.

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Luca Dal Monte, un grande scrittore del passato diceva che l’aspetto più importante del suo lavoro è la selezione. Nel tuo caso, perché ti ha incuriosito proprio questa pagina semisconosciuta della storia della Formula 1?
Proprio per questo: quando scrivo un libro lo faccio per aggiungere qualcosa alla storia, e prima de “La congiura degli innocenti” non esisteva nessun libro che trattasse questo argomento. E la cosa è sorprendente, perché si tratta di una vicenda interessante, alla quale ricordavo di avere assistito da ragazzo, e dai molteplici risvolti. Quello italiano, ovvero il rientro della Alfa Romeo in F1, prima come fornitrice di motori alla Brabham e poi con la vettura interamente costruita dall’Autodelta. E quello di Bernie Ecclestone, che per ben quattro anni fece correre le sue macchine inglesi con motori italiani. “Perché era un dodici cilindri ed era l’unica possibilità che avevo di battere la Ferrari”, mi ha spiegato lui. In preparazione all’intervista che gli feci l’anno scorso, di questi tempi, lessi ben tre biografie di Bernie, e il racconto di quel periodo al massimo occupava mezza pagina. E pensare che proprio allora decise di voler fare di più del semplice proprietario di una scuderia.

Che impressione ti ha fatto Ecclestone come personaggio?
L’idea che mi sono fatto di lui, parlando con tante persone che lo hanno conosciuto e frequentato, è quella di un personaggio straordinario, la cui immagine pubblica non gli rende giustizia. Non lo conoscevo personalmente prima di scrivergli, chiedendogli un’intervista per il mio libro sull’Alfa Romeo: il suo ufficio mi rispose dopo 24 ore. Ci sentimmo per la prima volta quando era in partenza per una serie di viaggi e, passate alcune settimane, ebbe la gentilezza di scrivermi dicendo che non si era dimenticato, ma che non era ancora rientrato. Lui è un negoziatore formidabile, di una velocità mentale incredibile: ho potuto consultare il carteggio tra lui e l’Alfa Romeo e ho letto i sunti delle riunioni, capendo quanto fosse bravo a trarre il massimo da qualunque situazione. Ed è un personaggio con cui lavorare era molto facile: sceglieva collaboratori bravi e leali e li lasciava liberi, come mi ha raccontato uno di loro, quel genio di Gordon Murray. Lui, ad esempio, teneva ovviamente al corrente il suo capo, che però non entrava mai nell’ambito tecnico. Ho chiesto a Bernie se fosse abituato a delegare, lui mi ha risposto che, quando incontrava persone che ne sapessero più di lui di determinati temi, li lasciava semplicemente fare. La stessa cosa che faceva Enzo Ferrari: questi personaggi diventano così grandi anche perché si sanno attorniare delle persone giuste. Non è un caso se, per tanti anni, Bernie ha avuto una sola fotografia nel suo ufficio: quella di Ferrari. Si assomigliavano mica da ridere…

Dell’attuale presenza in Formula 1 dell’Alfa Romeo resta qualcosa di quell’epoca?
Assolutamente no, erano aziende diverse. L’Alfa Romeo di cui ho scritto io era indipendente ma divisa, in cattive acque, in mezzo a spifferi politici non indifferenti, perché apparteneva allo Stato, non al gruppo Fiat come oggi. Una delle vicende più incredibili riguarda la scelta dei piloti: quando tra il ’79 e l’80 cominciò a balenare l’idea di affiancare una seconda macchina a quella di Bruno Giacomelli, si pensò ad Elio De Angelis. E se Giacomelli era figlio di un idraulico, del popolo, mentre De Angelis veniva dai salotti romani. Entrambi grandi piloti e che non c’entravano niente con la politica, ma in questo modo si accontentava sia il Partito comunista che la Democrazia cristiana. Il compromesso storico: anche questa era la Alfa Romeo di quell’epoca. Per me che ne scrivo è fantastica, ma lavorarci dev’essere stato pazzesco.

Come è cambiata l’Alfa Romeo, così è cambiata anche la Formula 1 da quegli anni.
Sì, quella era una F1 che stava diventando moderna, ma in cui si continuava a morire per gli incidenti gravi. C’era il fascino del pericolo e un’affidabilità delle macchine molto scarsa, la competizione era più accesa e i risultati più interessanti. Oggi, a meno che Hamilton e Bottas, o Vettel e Leclerc, si buttino fuori a vicenda, l’ordine d’arrivo più o meno si conosce già prima di cominciare. In quell’epoca potevano vincere Ronnie Peterson o Vittorio Brambilla sulla March. Era tutto molto più divertente.

A proposito di Vettel e Leclerc, tu che hai scritto la biografia definitiva di Enzo Ferrari, “Ferrari Rex”, e che ti sei immerso nella mentalità del Drake, lui cosa direbbe oggi dei loro scontri?
Questi scontri ci sono sempre stati, anche alla sua epoca. Penso a Niki Lauda e Clay Regazzoni nel ’74 e poi nel ’76, quando si buttarono fuori a Brands Hatch. Quello che faceva normalmente Ferrari era appellarsi al senso di responsabilità dei due piloti, ricordando che la squadra non era loro, ma era sua, e che era l’appendice di un’azienda, quindi dovevano rispettare il lavoro degli altri e comportarsi in maniera accorta. Quello che i piloti non facevano allora e non fanno oggi quando sono presi dall’adrenalina della corsa. Nulla di nuovo sotto il sole. La differenza è che oggi ci vorrebbe un direttore sportivo che faccia solo questo lavoro e lasci fare a Binotto quello che sa fare benissimo, visto che la macchina nella seconda parte del campionato è cresciuta in maniera esponenziale. Vettel e Leclerc sono due piloti di grande livello, e il monegasco è cresciuto molto più alla svelta di quanto chiunque si aspettasse, forse anche lui stesso. Sulla carta sono una coppia più forte di quella della Mercedes, anche se Bottas è più redditizio perché rispetta di più le consegne della squadra. Ma vanno gestiti, altrimenti l’anno prossimo saranno dolori.

Fabrizio Corgnati

La copertina de "La congiura degli innocenti" di Luca Dal Monte
La copertina de “La congiura degli innocenti” di Luca Dal Monte