Diego Alverà a TMW: “Vi racconto la storia epica di Ronnie Peterson”

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Ronnie Peterson (Foto Allsport Uk/Allsport/Getty Images)
Ronnie Peterson (Foto Allsport Uk/Allsport/Getty Images)

F1 | Diego Alverà a TMW: “Vi racconto la storia epica di Ronnie Peterson”

“Ronnie Peterson, quell’ultimo rettilineo” è il primo romanzo della neonata collana “Storytellers” della casa editrice Giorgio Nada, specializzata in libri a tema motoristico, ma è anche l’ultima fatica di Diego Alverà. Scrittore e narratore nel senso più ampio della parola, ma soprattutto grande appassionato di Formula 1, che ha portato sulle pagine, nei microfoni e sui palchi di mezza Italia le storie più affascinanti degli eroi del passato delle corse a quattro ruote: da Nuvolari a Villeneuve passando per Lauda.

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Ora è arrivata la scelta di dedicarsi a Ronnie Peterson, il fortissimo pilota svedese che in nove anni di carriera vinse dieci Gran Premi e arrivò due volte secondo nel campionato del mondo, prima di perdere la vita in un tremendo schianto a catena alla partenza del GP d’Italia 1978 a Monza, provocato dall’accensione troppo anticipata del semaforo verde.

Diego, perché questa scelta di scrivere di Peterson, un personaggio amato dai tifosi di F1 ma poco conosciuto dai profani?
Perché per me è quasi una questione privata, personale. Quel 10 settembre 1978 ero ragazzino: la velocità, per molti della mia generazione, era un sogno difficile da raggiungere, che leggevamo sulle cronache dei giornali e guardavamo in tv. Quel pomeriggio ero proprio davanti agli schermi quando quel lungo rettilineo di Monza si consegnò a questa colonna tragica di fumo nero e fiamme. Nella mia vita e nel mio rapporto con la velocità cambiò qualcosa. E questa storia mi ha sempre accompagnato.

Prima di quella tragedia eri già un tifoso di Ronnie Peterson?
Eccome. Lo seguivo perché era uno di quei piloti che sentivi arrivare: percepivi la sua velocità semplicemente nella geometria folle e non euclidea delle sue traiettorie, nel modo in cui stava in pista e conduceva le gare, spesso anche rischiando di non arrivare a podio per alcune scelte sbagliate. Era uno di quegli uomini del limite, che ci avvicinano di più al gusto e al sapore della vita. Per questo, per me, quel lunghissimo pomeriggio televisivo è durato 41 anni. Ho fatto una solenne promessa a me stesso: che avrei trovato il modo di recuperare la memoria, non solo di quel pilota, ma di quei fatti.

Quindi il tuo romanzo, per certi versi, è anche un’inchiesta.
Di cose, in quel weekend di gara, ne accaddero tantissime. Ma io mi sono sempre tenuto lontano dalla retorica e ho cercato gli aspetti più umani. Credo che per raccontare questi grandi piloti del passato bisogna provare a catturare la straordinarietà del loro ordinario quotidiano. E per restituire quelle atmosfere delle corse di quei tempi e quella parabola tragica di Ronnie ho provato ad immergermi nella sua vita: peraltro con grande difficoltà, perché di lui è stato scritto pochissimo. Per cui ho scavato per almeno dieci anni tra riviste, giornali, interviste, parlando con tutti coloro con cui ho potuto parlare, che mi hanno raccontato anche i suoi lati più oscuri. Ho scoperto, ad esempio, che l’atteggiamento che aveva in pista non era lo stesso fuori dai circuiti, come accade per tutti i grandi piloti. Persone che hanno deciso di intraprendere una sfida, di esporsi a un rischio a cui non si sottraggono. E nelle cui storie si nascondono quei valori che possono aiutarci ad affrontare le nostre piccole sfide di ogni giorno.

Questo vale per i grandi campioni del passato, ma la Formula 1 del presente sembra invece aver perso quella dimensione narrativa ed epica. Perché?
Perché è cambiato il mondo. Rispetto alla F1 degli anni ’70, quella di oggi, che per inciso io adoro comunque, non ha più nulla di uguale. Non ci sono più gli stessi autodromi, gli stessi asfalti, le stesse gradinate, poeticamente direi nemmeno lo stesso cielo. Oggi ci sarebbe molto spazio per una narrazione che racconti il pilota da un punto di vista diverso: ma il problema è arrivare alle fonti, perché se il pilota non è disponibile nemmeno a rilasciare una banale intervista post-gara il lavoro diventa veramente difficile e improbo. All’epoca non era così, era molto più facile avere dei rapporti umani con i piloti. Che pure avevano un’attività molto più intensa di quelli di oggi: Peterson correva quaranta gare tra Formula 1, Formula 2 e Mondiale Marche. Dovevano portare a casa la pagnotta, gareggiando ogni settimana, spostandosi insieme a quella carovana di famiglie che costituiva il circus di cui si sente parlare. Oggi ci sono i grandi motorhome dove il pilota si rinchiude ed esce per farsi vedere solo pochi attimi prima del via.

Dei piloti attuali c’è qualche personaggio che ti stuzzica?
Parecchi. Uno su tutti è Leclerc, così come anche Vettel: entrambi hanno una storia alle spalle, sfide molto importanti davanti a sé, e delle ferite che, secondo me, stanno guarendo. Li ritengo non solo una straordinaria coppia di piloti, ma anche di persone dalla grande umanità. Ma faccio fatica anche a resistere al fascino di un pilota giovane e irruente come Verstappen, che ne combina tantissime, ma ha una visione della velocità mutuata dal papà e da altri grandi del passato. Ha un bel modo di stare in pista.

Da tifoso Ferrari, credi davvero nella rincorsa Mondiale della Rossa nel 2020?
Difficilissimo da dire. Credo comunque quest’anno Binotto abbia svolto un grandissimo lavoro, perché non partiva ad armi pari con la Mercedes. Non vorrei abusare della mia scaramanzia personale: ma io ci conto molto. Ci sono delle ottime premesse per un’annata straordinaria, e mi fermo qui per non dire altro…

Fabrizio Corgnati