Caterina, detta Rina, Fort
Caterina, detta Rina (foto dal web)

Nel novembre del 1946 si consumò uno dei casi di cronaca che maggiormente sconvolse l’Italia, la strage di via San Gregorio a Milano per la quale è stata condannata all’ergastolo Rina Fort.

A pochi mesi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, la mattina del 30 Novembre 1946 l’Italia venne sconvolta da un terribile strage consumatasi in un appartamento di via San Gregorio 40 a Milano. A fare la tragica scoperta fu la una commessa del negozio di stoffe di Giuseppe Ricciardi, proprietario dell’appartamento, che si era recata come al solito a prendere le chiavi della bottega. Davanti alla commessa si presentò una scena a dir poco raccapricciante: la moglie di Ricciardi Franca Pappalardo ed i tre figli, di età compresa tra i 7 anni ed i 10 mesi, erano a terra riversati a terra in una pozza di sangue con la testa fracassata. I sospetti su quanto accaduto si riversarono immediatamente su una donna con cui Ricciardi aveva intrattenuto una relazione: Caterina, detta Rina, Fort che dopo pochi giorni confessò l’eccidio di via San Gregorio. Al momento della strage, Ricciardi non si trovava nel capoluogo lombardo, ma in Toscana a Prato per motivi di lavoro.

Il caso Fort: la ricostruzione della terribile strage commessa in via San Gregorio 40 a Milano

La mattina del 30 Novembre 1946 venne scoperto una delle stragi più efferate commesse in Italia. Come ogni mattina, la commessa del negozio di Giuseppe Ricciardi, Pina Somaschini si recò nell’appartamento di quest’ultimo, sito via San Gregorio 40 a Milano, per prendere le chiavi, ma quando arrivò sul posto trovò la porta semichiusa e preoccupata varco la soglia. Davanti alla Somaschini si presentò una scena a dir poco raccapricciante: Franca Pappalardo (40 anni) ed i tre figli, Giovanni di 7 anni, Giuseppina di 5 anni ed Antonio di 10 mesi erano stati uccisi. La scena del delitto era agghiacciante e venne descritta con minuzia dai giornali dell’epoca che entrarono in possesso anche delle foto scattate dai fotografi accorsi sul posto: Franca, Giovanni e Giuseppina a distanza di pochi metri erano riversi in una pozza di sangue con la testa fracassata, il piccolo Antonio era invece era seduto esanime sul seggiolone con la testa riversa da un lato ed un pannolino in bocca. Le vittime erano state uccise, come emerso dopo i primi accertamenti, a sprangate e poi finite con dell’ammoniaca ed il loro sangue e la materia cerebrale aveva coperto il pavimento e parte dei muri. La casa, dalla quale mancavano alcuni gioielli e del denaro, venne messa a soqquadro nel tentativo di inscenare un tentativo di rapina finito male. Immediatamente la commessa avvertì la polizia che giunta sul posto avviò le indagini per risalire al responsabile di quel terribile eccidio che sconvolse Milano e l’Italia intera.

Interrogatorio Rina Fort
L’interrogatorio di Rina Fort (foto dal web)

Il caso Rina Fort: le indagini e l’arresto della 31enne

Le indagini vennero coordinate dal commissario Nardone, soprannominato il Maigret italiano, che poco tempo dopo divenne un mito della polizia milanese ed in seguito Questore di Como. I sospetti sulla strage di via San Gregorio 40 confluirono immediatamente su una donna: Caterina Fort, detta Rina, una 31enne friulana con cui Giuseppe Ricciardi aveva intrattenuto una nota relazione sentimentale. Rita Fort era arrivata a Milano da Budoia dopo un’infanzia tormentata ed un matrimonio infelice interrottosi proprio il giorno delle nozze, dato che il maritò venne rinchiuso in un manicomio dopo aver manifestato segni di squilibrio degenerati in pazzia. Prima la Fort, che aveva scoperto di essere sterile, aveva perso il padre deceduto durante un’escursione in montagna insieme a lei ed il fidanzato con cui doveva sposarsi, deceduto a causa della tubercolosi poco prima del matrimonio. Trasferitasi a Milano, l’imprenditore siciliano di stoffe nel settembre del 1945 che prima l’aveva assunta come commessa nel suo negozio di tessuti in via Tenca e successivamente i due divennero amanti, anche se inizialmente la Fort non sapeva che Ricciardi fosse sposato. La loro relazione non era stata tenuta in segreto, dato che la moglie di Ricciardi ed i suoi figli erano rimasti in Sicilia a causa della Seconda Guerra Mondiale. Terminato il conflitto, la famiglia di Ricciardi si trasferì a Milano e l’imprenditore decise di interrompere la relazione con la Fort. Questa decisione non venne accettata dalla 31enne friulana che la sera del 29 novembre del 1946 decise di sbarazzarsi della famiglia di Ricciardi con l’intento di poter rimanere accanto all’imprenditore.

La polizia arrestò Rita Fort già nel pomeriggio del 30 novembre, dopo aver intuito che dietro l’eccidio ci fosse un movente passionale e scartando l’ipotesi della rapina finita male. A sostegno della teoria del movente passionale c’erano due indizi sulla scena del crimine: dei bicchieri da liquore sporchi sul tavolo che indicavano che la Pappalardo avesse aperto la porta a qualcuno che conosceva offrendogli del rosolio, e una foto delle nozze dei coniugi Ricciardi stracciata sul pavimento. Interrogata nel pomeriggio stesso, come raccontato anche dal cronista Dino Buzzati per il Nuovo Corriere della Sera, la donna negò inizialmente di essere responsabile della strage, ma successivamente pian piano iniziò a cedere e a circa una settimana dal delitto confessò dettagliatamente le cruente fasi di quanto accaduto quella sera: “Accecata dalla gelosia, oltre che eccitata dal liquore –raccontò la Fort agli inquirenti– mi alzai andandole incontro. Giunta nell’anticamera l’incontrai mentre tentava di venire in cucina. Mi avventai sopra di lei e la colpii ripetutamente alla testa con un ferro che avevo preso in cucina. La Pappalardo cadde tramortita sul pavimento, io continuai a colpirla. Il piccolo Giovannino, mentre colpivo la madre, si era lanciato in difesa di lei afferrandomi le gambe. Con uno scrollone lo scaraventai nell’angolo destro dell’anticamera e alzai il ferro su di lui. Poi entrata in cucina, colpii la Pinuccia; ad Antoniuccio, seduto sul seggiolone, infersi un solo colpo, in testa“. La donna poi raccontò di aver inscenato una rapina mettendo a soqquadro la casa e di essere scappata. Successivamente Rina Fort cambiò otto versioni spiegando di non aver ucciso i bambini e di essere stata aiutata da alcuni complici, circostanza che non venne mai accertata.

Il caso Rina Fort: il processo e le condanne per la strage

Il caso Rita Fort ebbe un impatto mediatico molto rilevante e venne seguito da tutti i giornali italiani che soprannominarono la donna come la Belva di via San Gregorio. Il processo nei confronti della 31enne accusata della strage iniziò il 10 gennaio 1950 presso la Corte d’Assise di Milano. La Fort si presentò in aula indossando una vistosa sciarpa gialla che le valse anche il soprannome di “Belva con la sciarpa color canarino“. Durante il processo, la donna venne sottoposta a visita psichiatrica, ma venne dichiarata sana di mente e il 9 Aprile 1952 Rina Fort fu condannata all’ergastolo, pena confermata anche dalla Corte di Cassazione nel novembre del 1953. Prosciolti dalle accuse Giuseppe Ricciardi ed il commerciante Carmelo Zappulla che la donna aveva indicato in una delle sue deposizioni come complici dell’eccidio. Caterina Fort, inizialmente detenuta nel carcere di San Vittore a Milano, venne trasferita durante il processo a Perugia, dove rimase per diversi anni per poi, essere tradotta in quello di Trani e successivamente a Firenze per motivi di salute. Nel 1975, dopo quasi 30 anni di reclusione, chiese e ottenne il perdono dalla famiglia Pappalardo, nonché la grazia dal Presidente della Repubblica Giovanni Leone. Dopo la sua scarcerazione, Rina prese il nome dell’ex marito e visse una vita riservata presso una famiglia che l’aveva accolta fino alla sua morte avvenuta nel marzo del 1988. Anche dopo la morte della Fort, in molti si chiesero cosa fosse accaduto in quella maledetta notte; come una donna che apparentemente appariva normale, nonostante l’infanzia travagliata, possa essere stata la mente e la mano di una simile strage, uccidendo tre bambini innocenti che non avrebbero potuto neanche testimoniare; una strage che aveva ferito nell’animo migliaia di milanesi e italiani, i quali seguirono il caso passo dopo passo invocando in alcuni casi anche la tortura per Rina.

Dino Buzzati, storica penna del giornalismo italiano, pochi giorni dopo la strage scriveva sulle pagine del Nuovo Corriere: “Una specie di demonio si aggira dunque per la città invisibile, e sta forse preparandosi a nuovo sangue. L’altra sera noi eravamo a tavola per il pranzo quando, poche case più in là, una donna ancora giovane massacrava con una spranga di ferro la rivale e i suoi tre figlioletti. Non si udì un grido. Negli appartamenti vicini continuavano, fra tintinnio di posate e stanchi dialoghi, i pranzi familiari come nulla fosse successo, e poi le luci a una a una si spensero, solo rimase accesa nel cortile quell’unica finestra al primo piano, e i ritardatari, passando, pensarono che lassù forse un bambino era ammalato, o una mamma era rimasta alzata tardi a lavorare“.

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