Solo un giorno dal primo attacco della Turchia e la guerra tra vicini ha già fatto le sue prime vittime civili: il giudizio dei leader mondiali è unanime.

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La guerra tra la Turchia e le forze curde in Siria ha già fatto le prime vittime tra i civili. Sarebbero almeno due, tra cui un bambino siriano di soli nove mesi, secondo l’ANSA. I due sono rimasti uccisi durante un attacco curdo in risposta a quello di ieri, mercoledì 9 ottobre, da parte della Turchia. I feriti nello scontro di oggi sarebbero almeno quarantasei. 

Morti dei civili: la Turchia si giustifica

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I governi di tutto il mondo, sovranazionali e nazionali, si sono uniti nel condannare questa incursione militare in corso della Turchia nella Siria nord-orientale.

Parlando a nome del segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, il portavoce delle Nazioni Unite Farhan Haq ha dichiarato: “I civili e le infrastrutture civili dovrebbero essere protetti. Il segretario generale ritiene che quella militare non sia la soluzione adatta al conflitto siriano”.

Il capo degli affari esteri dell’Unione europea, Federica Mogherini, ha invitato la Turchia a interrompere la sua azione militare in Siria prima di compromettere la stabilità della regione.

Parole di sdegno provengono anche dal vice segretario generale della Lega araba, Hossam Zaki, che ha affermato che la campagna turca “costituisce un inaccettabile attacco alla sovranità di uno stato arabo della Lega”. La Lega araba si riunirà sabato in una riunione speciale per discutere della crisi.

Il ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio ha dichiarato che il governo italiano “ha condannato” l’operazione turca e ha chiesto “la fine immediata di questa offensiva, che non è assolutamente accettabile dato che l’uso della forza continua a mettere in pericolo la vita del popolo siriano”. 

Dichiarazioni simili sono state fatte anche da altri politici che ricoprono lo stesso ruolo di Di Maio nei loro rispettivi Paesi, come il segretario agli Esteri britannico Dominic Raab, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e il ministro degli Esteri giapponese, Toshimitsu Motegi.

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Teresa Franco