Michael Schumacher, Niki Lauda, Jody Scheckter e Kimi Raikkonen (Foto Ferrari)
Michael Schumacher, Niki Lauda, Jody Scheckter e Kimi Raikkonen (Foto Ferrari)

F1 | Zapelloni a TMW: “Vi racconto i campioni Ferrari. E quale sarà il prossimo”

Dalla profonda umanità nascosta di Michael Schumacher alla schiettezza di Niki Lauda, passando per la mente imprenditoriale di Jody Scheckter. Umberto Zapelloni, storico inviato al Mondiale di Formula 1 per il Giornale, il Corriere della Sera e la Gazzetta dello Sport, oggi opinionista di Sky, ha raccontato i nove piloti diventati campioni del mondo con la Rossa nel suo libro “Ferrari. Gli uomini d’oro del Cavallino”, edito da Giorgio Nada. In questa intervista a TuttoMotoriWeb.com ci racconta alcuni aneddoti esclusivi dalla sua frequentazione giornalistica con questi indimenticabili personaggi. Con uno sguardo al futuro: chi è destinato, tra Charles Leclerc e Sebastian Vettel, a diventare il decimo “uomo d’oro”?

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Umberto Zapelloni, hai scelto di raccontare i novant’anni della Ferrari attraverso i suoi campioni del mondo. La sorpresa è che sono soltanto nove, meno di quanti ci si aspetterebbe…
In effetti quando ho iniziato a scrivere questo libro, basandomi sul materiale che ho raccolto nel corso degli anni, mi sono accorto che erano nove. Aspettavo il decimo per finirlo, ma rischiavo di diventare vecchio, anche se adesso vediamo una luce all’orizzonte… Perciò insieme all’editore abbiamo deciso di raccontare queste nove belle storie. Effettivamente non sono tanti, ma pensiamo che Schumacher ne ha vinti cinque da solo e Ascari e Lauda due a testa: loro hanno monopolizzato gran parte di queste vittorie.

Sono tutti personaggi conosciuti e più volte raccontati nel corso degli anni. Tu che dettagli o curiosità hai riscoperto?
Nei miei racconti cerco di tirare fuori più il lato umano che le vittorie sportive. Narro nove uomini, non solo nove piloti, di epoche diverse e distanti nel tempo, ma tutti accomunati da due doti: il talento, perché senza non si può diventare campione; e il coraggio, non solo perché la Formula 1 è uno sport fatto di rischio, soprattutto lo era negli anni ’50, ma anche perché hanno accettato la sfida della Ferrari, che ti sottopone a pressioni particolari.

Quello che ti rimane di più nel cuore?
Sono due: Schumacher e Lauda. Michael perché l’ho visto esordire e diventare campione del mondo, perché ha ottenuto dei numeri straordinari e perché ha saputo trasformare la Ferrari che non vinceva da 21 anni in una squadra quasi imbattibile. In pista era eccezionale, dalle qualifiche alla gara al rapporto con i suoi uomini: non ha mai detto una parola contro il team, nonostante ne abbia avuto occasioni, specialmente all’inizio della sua avventura quando si rompevano i motori come se nulla fosse, o quando si fratturò una gamba per un problema a un freno. A me colpì fin dall’inizio: racconto sempre l’aneddoto di quando lo incontrai alle sue prime due conferenze stampa, quella del debutto a Spa 1990 con la Jordan e quella successiva a Monza con la Benetton, e lui si ricordò che in entrambe le occasioni gli avevo fatto una domanda sui freni. Aveva una memoria visiva impressionante. Più tardi, nelle nostre interviste, si lasciò andare a diversi racconti, come quando mi rivelò che durante l’inverno aveva sfidato il suo rivale dei tempi, Mika Hakkinen, a chi cambiava più velocemente il pannolino al proprio figlio… Lì emergeva il lato umano di questo computer.

Per anni è stato scambiato per un personaggio freddo e algido.
Ha sempre cercato di mettere un muro, per salvaguardare il proprio privato e non dare troppa confidenza. Secondo me adesso tutto ciò è eccessivo, perché sono dell’idea che i suoi appassionati meriterebbero di sapere come sta davvero. Così si eviterebbe anche lo spargimento di voci e fake news.

E Lauda?
Di lui ricordo la schiettezza straordinaria. Ad esempio, quando tornò in Ferrari da consulente, venne ingaggiato il suo connazionale Gerhard Berger come pilota. Io avrei preferito Patrese, che all’epoca si comportava bene con la Williams a fianco del futuro campione del mondo Mansell. Quindi, visto che erano i tempi di Tangentopoli, mi permessi di scrivere una battuta, alludendo a certi inghippi tutti austriaci. Al Gran Premio successivo, Lauda mi convocò sotto la tenda Ferrari e mi disse: “Tu stampa, tu libero di scrivere quello che vuoi, ma non scrivere che prendo soldi, perché poi qualcuno ci crede davvero…”. Era uno che ti chiamava e ti diceva le cose in faccia, un bellissimo personaggio oltre che un grandissimo pilota.

L’ultimo di questi nove uomini d’oro è stato Kimi Raikkonen, che peraltro recentemente si è lamentato, dicendo di non volerlo più essere.
Forse tra un po’ gli mancherà. Proprio al weekend del Gran Premio di Monza ho rivisto Jody Scheckter e lui mi ha detto che, dopo anni in cui gli chiedevano come fosse essere l’ultimo campione del mondo con la Ferrari, dopo Schumacher, quando non lo è più stato, mi ha detto che gli è mancato. Eppure rimane l’ultimo campione del mondo di Enzo Ferrari, oggi molto più aperto e meno orso di quando correva, oltre ad aver creato dal nulla due imprese miliardarie.

Dei due ferraristi attuali chi è il maggiore indiziato a diventare il decimo campione?
Se mi avessi fatto questa domanda all’inizio dell’anno avrei risposto Vettel. Ora vedo nel giovane Leclerc il potenziale per diventare un grandissimo pilota. Ha un carattere, una grinta, una capacità di adattarsi alla vettura da fuoriclasse assoluto. Credo che il candidato sia lui.

La Ferrari fa bene a lasciar scornare i suoi due piloti, rischiando l’ira di Leclerc come accaduto a Singapore, o dovrebbe stabilire delle gerarchie chiare in ottica 2020?
Domenica scorsa secondo me hanno fatto bene, altrimenti avrebbero perso definitivamente Vettel, che invece è un quattro volte campione del mondo che può essere ancora utile alla causa. Fino alla Germania 2018 è stato un grande pilota, che ha dato un grande contributo alla Ferrari; poi ha iniziato a commettere troppi errori, a sentire la pressione, a perdere duelli con gli avversari. Ma sicuramente ha un potenziale e bisogna valutare se sia recuperabile o no. Secondo me, per battere la Mercedes, che resta l’indubbia favorita anche per il 2020, serve una squadra a due punte. L’anno prossimo Binotto non potrà più permettersi di indicare una prima e una seconda guida, a inizio stagione, come ha fatto quest’anno. Dovrà accadere come ai tempi di Jean Todt, che mi diceva sempre che si partiva alla pari e dopo cinque Gran Premi si vedeva chi era in testa. Certo, mettere Schumacher contro Irvine o Barrichello era come mettere Cristiano Ronaldo contro Centofanti..

Questa domenica al Gran Premio di Russia ne capiremo qualcosa in più?
Credo che Sochi ci possa dare indicazioni importanti. Dopo le tre vittorie Ferrari bisogna capire se è stata vera rivoluzione o se hanno solo approfittato del momento e delle situazioni. Le prestazioni sono sicuramente migliorate, ma lo vedremo meglio su una pista che nei primi cinque anni ha visto sempre vittorie Mercedes.

Fabrizio Corgnati