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Ospedale (Getty Images)

Diversi contagi hanno costretto la Regione Toscana a costituire un’unità di crisi per contrastare il batterio New Delhi che si è diffuso negli ospedali della regione. Riconducibili al super batterio in grado di resistere agli antibiotici ci sarebbero 17 morti sospette.

In queste ultime settimane è scattato l’allarme negli ospedali della Toscana per il batterio Ndm, acronimo di New Delhi Metallo Betalattamasi, che avrebbe causato oltre 60 contagi e al quale potrebbero essere riconducibili 17 morti sospette. In merito la Regione Toscana ha deciso di costituire un’unità di crisi formata da un team di professionisti esperti di infezioni ed emanato un decreto per monitorare e contrastare la diffusione imprevista del batterio New Delhi. Per contrastare e prevenire il super batterio non esisterebbero, però, vaccini, ma i ricercatori sono al lavoro per trovare un trattamento.

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Allarme New Delhi: cos’è, quali sono i sintomi del super batterio che ha colpito gli ospedali della Toscana

Dalla fine del 2018 all’inizio del 2019 negli ospedali della Toscana, principalmente quelli dell’area Nord Ovest della regione, sono stati registrati 17 morti sospette e 64 pazienti contagiati dal batterio Ndm, acronimo di New Delhi metallo beta-lattamasi, un batterio tra i più resistenti in circolazione agli antibiotici. In realtà il New Delhi è un enzima che aumenta resistenza dei batteri alla maggior parte degli antibiotici beta-lattamici, compresi quelli appartenenti alla famiglia dei carbapenemi, punto fermo della medicina per contrastare i batteri resistenti agli antibiotici. Il nome attribuitogli deriva dalla capitale dell’India Nuova Delhi, dove si sarebbe registrata per la prima volta nel 2009 un caso di contagio in un cittadino svedese che si era recato nello stato indiano. L’Ndm, definito super batterio in quanto in grado di trasportare geni resistenti agli antibiotici, si è successivamente diffuso rapidamente, principalmente in Asia, anche attraverso fattori umani come la preparazione di alimenti, le condizioni igienico-sanitarie di alcuni posti ed i viaggi. Le infezioni provocate da tale batterio sono molto difficili da trattare ed attualmente non esisterebbero vaccini in grado di prevenirne il contagio anche se gli esperti sono a lavoro per cercare di trovare un trattamento al ceppo Ndm. Al momento il batterio New Delhi ha mostrato sensibilità alla colistina (polimixina E) e alla tigeciclina.La presenza di tale ceppo è stata riscontrata in diversi batteri, ma principalmente in quello della Klebsiella pneumoniae e nell’Escherichia coli.

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Super batterio: la storia di una donna canadese deceduta dopo un viaggio in India

Uno studio pubblicato sul National Center for Biotechnology Information, Centro Nazionale per le Informazioni Biotecnologiche, un centro che dipende dall’istituto per la salute americano, ha cercato di descrivere i sintomi delle infezioni da New Delhi raccontando la storia di una donna canadese di 76 anni. La 76enne nel 2010 durante un viaggio di tre mesi in India accusò dei malori e diarrea e venne ricoverata per gravi sintomi riconducibili ad una insufficienza cardiaca e all’ipertensione. Dopo alcuni giorni la donna venne dimessa, ma successivamente venne di nuovo ricoverata per problemi mentali e diarrea ed i medici riscontrarono un’infezione del tratto urinario ed un encefalite disponendo il trasferimento in Canada. Presso l’ospedale di Vancouver, come riporta l’NBCI, la donna arrivò con 38,3° C di febbre, una pressione sanguigna di 100/80 mm Hg e la frequenza cardiaca a 126 battiti / minuto ed i medici sospettando una sepsi e le somministrarono quindi imipenem e vancomicina. Poco dopo le condizioni della paziente peggiorarono e venne trasferita in terapia intensiva. Dagli accertamenti dei medici risultò che la donna era infetta da batteri gram-negativi resistenti K. pneumoniae ed E. coli e nelle feci fu anche riscontrata la presenza del batterio Clostridium. Alla 76enne vennero dunque somministrati vancomicina e metronidazolo per l’infezione da C. difficile e colistina per contrastare la K. Pneumoniae. Nonostante le cure ed i tentativi dei medici per salvarle la vita, le condizioni della donna si aggravarono ulteriormente e morì pochi giorni dopo con una diagnosi finale di leucoencefalopatia metabolica tossica, probabilmente correlata alla sepsi. Si ricorda che il presente articolo non ha carattere scientifico-medico: si consiglia pertanto, qualora dovesse riscontrarsi la presenza di taluni dei sintomi su descritti, di rivolgersi ad uno specialista.

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