virus intestinale infarto
(foto dal web)

La vitamina D regola i livelli di calcio e fosfato nel corpo: una sua eventuale carenza può portare all’indebolimento delle ossa, fiacchezza ed altre complicazioni.

Secondo un recente studio “la carenza di vitamina D espone anche ad un maggior rischio di tumori alla prostata, al colon e al seno, così come a depressione e malattie cardiovascolari”. A spiegarlo è la dottoressa Kelly Hogan, direttrice di benessere e alimentazione presso il Dubin Breast Center del Mount Sinai Hospital. Per tale ragione è altamente consigliato l’inserimento, nella propria dieta, di cibi che contengono vitamina D.

Vitamina D: i cibi di cui si consiglia l’assunzione

La vitamina D, riporta il sito dell’AIRC (Associazione Italiana ricerca contro il cancro), non serve solo a fissare il calcio nelle ossa, ma agisce anche come un ormone che regola vari organi e sistemi. Una sua carenza è stata associata a diversi tipi di malattie, dal diabete all’infarto, dall’Alzheimer all’asma o alla sclerosi multipla. Stando a numerosi e recenti studi, riporta l’AIRC, la vitamina D, in più, oltre a svolgere attività potenzialmente in grado di prevenire o rallentare lo sviluppo del cancro, è in grado anche di rallentare la crescita delle cellule tumorali, favorendone la differenziazione e la morte programmata (apoptosi), e riducendo la formazione di nuovi vasi (angiogenesi).

Un terzo del fabbisogno giornaliero di vitamina D proviene dall’alimentazione. I cibi in cui se ne registra maggiormente la presenza sono i pesci grassi (come salmone, sgombro e aringa), il tuorlo d’uovo, la carne rossa, i funghi e negli alimenti arricchiti come latte e succo d’arancia. In aggiunta alla dieta è possibile inserire anche degli integratori. Il resto, riporta l’AIRC si forma direttamente nella pelle a partire da un grasso simile al colesterolo che muta per effetto dell’esposizione ai raggi solari: una volta prodotta nella cute o assorbita a livello intestinale, la vitamina D inizia a fluire nel sangue ed è qui che una proteina specifica la trasporta fino al fegato e al rene, dove viene attivata. Il fabbisogno giornaliero varia a seconda dell’età: di norma sarebbe pari a 400 unità al giorno, in assenza di fattori di rischio. Le dosi possono variare e arrivare fino a 1.000 unità in caso di gravi deficit o particolari tipi di patologie.

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