Ospedale
Ospedale (foto dal web)

Il professor Giovanni Rezza, direttore del dipartimento di Malattie infettive dell’Istituto Superiore di Sanità, ha parlato del batterio New Delhi che ha già fatto registrare 64 casi di contagio e 17 morti riconducibili ad esso.

Cresce l’allarme negli ospedali della Toscana dove si sono registrati, secondo i numeri riportati da una nota della Regione, 64 casi di contagio di con riferimento al batterio Ndm, acronimo di New Delhi (metallo beta-lattamasi). Oltre ai pazienti infettati ci sarebbero 17 morti riconducibili al batterio killer e le cui cause del decesso è ancora in fase di accertamento. In merito ha parlato in un’intervista alla redazione de Il Tirreno il professor Giovanni Rezza, direttore del dipartimento di Malattie infettive dell’Istituto Superiore di Sanità.

Batterio New Delhi, il professor Rezza: “Una persona sana può essere contagiata, ma non sviluppa la malattia

La Toscana sta fronteggiando l’allarme legato al super batterio Ndm, acronimo di New Delhi (metallo beta-lattamasi) resistente agli antibiotici, che ha già fatto registrare, da novembre 2018 a luglio 2019, 64 casi di pazienti infetti e 17 morti ad esso riconducibili, ma ancora da accertare. La Regione Toscana ha costituito un’unità di crisi regionale formata da professionisti esperti in materia di infezioni. In merito all’allarme riguardante il batterio Ndm ha parlato il professor Giovanni Rezza, direttore del dipartimento di Malattie infettive dell’Istituto Superiore di Sanità, in un’intervista al Tirreno. “Non è un batterio nuovo -afferma il professor Rezza- ma una variante della klebsiella (batterio di diverse tipologie generalmente presente nella mucosa respiratoria e nell’intestino dell’uomo, ndr). È solo un ceppo diverso, con geni di resistenza un po’ diversi dalle altre klebsielle. È già stato riscontrato anche in altre parti d’Italia, ma in casi sporadici. In Toscana c’è stata una maggiore concentrazione, una circolazione maggiore”. Il direttore dell’Istituto Superiore di Sanità ha poi spiegato per quale motivo il batterio abbia colpito la Toscana: “I fattori sono casuali. L’Italia ha la maglia nera per le infezioni da batteri resistenti: il problema è davvero rilevante. Quando un ceppo nuovo arriva in Italia, dove altri ceppi sono già presenti, trova le condizioni ideali per diffondersi. La klebsiella -riporta Il Tirrenoè un batterio che infesta di norma i nostri ospedali: il nuovo arrivato che è venuto dall’estero ha trovato le condizioni per circolare”. In seguito il professor Rezza ha spiegato il perché si possano trovare questi batteri all’interno degli ospedali: “In genere il motivo per cui insorge la farmaco-resistenza è un uso non prudente degli antibiotici che rende quei germi (trattati) resistenti fino a prendere il sopravvento. Nel caso del New Delhi, il ceppo batterico è venuto da fuori, dall’estero. Quindi non siamo in presenza di un fenomeno causato da un uso sbagliato di antibiotici in Italia. Tuttavia -riporta Il Tirrenose l’antibiotico che lo contrasta verrà utilizzato male, anche questo ceppo o questi ceppi inizieranno a circolare. I ceppi circolano perché all’interno degli ospedali o delle strutture sanitarie non si adottano corrette prassi igienico-sanitarie: ad esempio il lavaggio mani quando si passa dall’assistenza di un paziente all’altro; il contatto senza protezione fra un paziente colonizzato (portatore sano) e uno non colonizzato”. “Una persona sana – prosegue il professore- può essere contagiata, ma non sviluppa la malattia perché questi sono germi che non fanno male a tutti. Un paziente fragile ha più probabilità di contrarre un’infezione da questo batterio perché: 1) è sottoposto a procedure sanitarie invasive; 2) può accadere che il rapporto paziente/personale non sia sufficiente e le buone prassi igienico-sanitarie non siano sempre rispettate; 3) chi ha una malattia grave è già di per sé debilitato quindi ha un fisico pronto a reagire. Perciò anche se venisse ‘assalito’ da un batterio di questa specie potrebbe contrarre un’infezione urinaria o accusare un problema banale di facile soluzione. Chi colpisce il batterio? Il problema riguarda soprattutto i malati fragili, debilitati. Questi batteri girano negli ospedali: è lì che ci sono le condizioni perché si diffondano. Il batterio colpisce principalmente gli adulti. Se un bambino è particolarmente debilitato, è ricoverato in terapia intensiva, in neonatologia il batterio può determinare conseguenze. Ma solo perché è già fragile di per sé”. Il professore Rezza ha concluso l’intervista spiegando che al momento non esistono dei vaccini per prevenire il contagio da Ndm anche se i ricercatori sono a lavoro per sperimentarlo: “Il problema si tiene a bada con le azioni dei Comitati di controlli delle infezioni a livello ospedaliero. Le azioni sono diverse: rintracciando i pazienti colonizzati; evitando trasmissione dell’infezione da un paziente all’altro; usando con prudenza gli antibiotici. Il batterio si cura con gli antibiotici ai quali il germe è (ancora) sensibile. Gli infettivologi toscani lo sanno bene. Per fortuna anche per i batteri multiresistenti si trova l’antibiotico adatto. A volte quelli che funzionano sono davvero pochi, a volte un batterio è sensibile a un solo antibiotico: ma nella maggior parte dei casi la cura esiste. Comunque è importante la ricerca e lo studio per lo sviluppo di nuovi antibiotici. Il problema, semmai, è che a volte le condizioni del paziente -riporta Il Tirrenosono talmente deteriorate che è difficile trattarlo, anche trovando l’antibiotico al quale il germe è sensibile. E la persona non sopravvivrebbe comunque al trattamento”.

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