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Selvaggia Lucarelli ricorda Nadia Toffa, morta il 13 agosto: con un lungo post su Facebook, la Lucarelli commuove tutti così.

Selvaggia Lucarelli condivide con il proprio pubblico il personale ricordo di Nadia Toffa, scomparsa il 13 agosto e a cui la famiglia, gli amici e i parenti renderanno omaggio il 16 agosto, giorno dei funerali. Su Instagram Stories, il giorno della morte della conduttrice delle Iene, la Lucarelli ha scritto: “Meritava di andarsene accompagnata da molta più gentilezza di quanta non se ne sia vista qui dentro”. Su Facebook, poi, ha pubblicato un lungo post che ha commosso tutti.

Nadia Toffa, il toccante ricordo di Selvaggia Lucarelli: “Ciao Toffa, eri bella anche con i turbanti, quel giorno avrei dovuto dirti questo”

Selvaggia Lucarelli scrive il proprio ricordo di Nadia Toffa raccontando anche dei momenti che hanno condiviso:

“Sono una iena, ma anche una persona di cuore, onesta e fedele. Che non tradisce. Non sopporto maleducazione e ignoranza e i morti di fame li rimetto in riga. Questi sono gli unici miei pregi. Non ho talenti. Sono solo una brava persona”.
Nadia mi ha mandato questo messaggio qualche mese fa. Non so perché me l’abbia scritto, non so perché abbia sentito di dovermi dire “sono una brava persona” come se fosse mai stato possibile dubitarne, ma ricordo bene che quel giorno ho pensato una cosa sola: se mai dovesse andarsene, partirò da qui. Perché che Nadia stava male, molto male, lo sapevamo in tanti. Si diceva sottovoce, senza morbosità, quasi prudenti all’idea che lei potesse sentire, come se un tono più alto potesse rendere tutto più ineluttabile.

Nadia era una brava persona, sì. Generosa, appassionata, curiosa. Era moderna, forse il personaggio femminile più moderno che la tv abbia partorito negli ultimi anni. La sua idea di famiglia era la redazione, erano i pasti frettolosi con gli operatori, gli appostamenti estenuanti, i viaggi di lavoro, le notti insonni in sala montaggio. “Sono sposata con le Iene, ho un marito molto impegnativo”, diceva. Non postava foto di fidanzati sui social, raccontava poco di sé, le piacevano i look androgini, i capelli corti, il suo dialetto bresciano.

Non c’erano leziosità né autocompiacimento in Nadia Toffa. Mai. Nonostante conducesse il programma più ambito dalle conduttrici italiane, nonostante fosse il personaggio che più aveva ottenuto da quel programma, nonostante una fama trasversale e indiscussa che poche donne hanno saputo conservare con tanta tenacia.
Nadia era quello che faceva. Con i suoi errori, anche, perché era impetuosa e ogni tanto l’inciampo capitava. Alle volte l’ho criticata (“Dai, quel servizio era sbagliato”) ma lei non serbava rancore perché era mossa dalla passione, non dalla vanità.

Ed è per questo che la sua assenza in occasione dell’ultima puntata de Le Iene aveva spaventato chi la conosceva bene. “Per non essere lì, vuol dire che sta tanto male”, ci eravamo detti in tanti. Perché Nadia quel posto non l’aveva mollato mai. Aveva stretto i denti e sorriso alla telecamera dopo le prime cure e poi di nuovo, durante la ricaduta, tra una seduta e l’altra di chemioterapia, con la parrucca e la vita troppo sottile. Aveva affrontato il giudizio spietato di chi commentava il suo viso gonfio sui social, di chi la dava per spacciata, di chi si nascondeva dietro al black humor per scrivere la stronzata malvagia del giorno. La ragazza cinica, che inseguiva il cattivo di turno, si sentiva a un tratto inseguita. Dall’imprevedibilità della malattia, dalla ferocia dei social, dalla difficoltà nel gestire pubblicamente la verità e lo spavento.
Quel “Sono guarita” detto troppo di fretta, non fu superficialità. Fu speranza. Perché Nadia ha sperato tanto. Lei che è stata sempre un’irrequieta, una con la valigia davanti alla porta, quando ha scoperto la malattia ha messo le prime timide radici nel mondo. Ha comprato una casa, ha adottato un cagnolino, Totó, ha scritto un libro, ha parlato della sua mamma, dei suoi amici, della sua idea di amore. Si è concessa perfino qualche piccolo, adorabile sprazzo di vanità postando foto con vestiti più femminili, più audaci, indossando parrucche colorate, commentando gli esperimenti della sua truccatrice.

Una volta, dall’India, le ho scritto: “Ehi, ci sono dei turbanti bellissimi qui, te ne porto qualcuno, che colore preferisci?”. Mi aveva risposto: “Ok ma comunque i capelli mi sono ricresciuti!”. I capelli “ricresciuti” erano forse tre centimetri di ricrescita ma l’orgoglio felice di quella risposta mi aveva stesa. Non le ho più chiesto nulla. Neppure mai “come stai?”. Non sapevo da che parte cominciare, mi sentivo come quei papà che hanno paura di toccare i neonati. Non volevo farle male. Però ci siamo scritte tanto per commentare le schifezze che le scrivevano. Lei gli hater li affrontava pubblicamente (“mi augurano l’obitorio, si meritano almeno la gogna”, mi diceva), ma a quella ferocia non era preparata. Soffriva. E forse è stato il primo personaggio pubblico a misurarsi con questa spietatezza. È stata moderna anche in questo, Nadia. S’è mangiata il mondo, in ogni suo aspetto, fino alla fine. Non si è risparmiata nulla. E il mondo, purtroppo, non le ha restituito sempre la grazia che meritava.
Perché Nadia era soprattutto “una brava persona”.
Ciao Toffa, eri bella anche con i turbanti, quel giorno avrei dovuto dirti questo”.