Sebastian Vettel davanti a Lewis Hamilton nel GP del Canada di F1 2019 (Foto Charles Coates/Getty Images)
Sebastian Vettel davanti a Lewis Hamilton nel GP del Canada di F1 2019 (Foto Charles Coates/Getty Images)

F1 | Giudici minacciati, scontri politici, regole poco chiare… Si salva solo Vettel

Mettiamo subito in chiaro una cosa. Le sentenze dei giudici di gara si possono sempre discutere e perfino criticare, nel merito, anche con toni decisi o accesi. Ma attaccare, insultare o addirittura minacciare le persone è tutt’altra questione. Per questo i messaggi che sono stati inviati ad Emanuele Pirro, uno dei componenti del collegio che ha inflitto la penalità a Sebastian Vettel durante il Gran Premio del Canada di F1 2019, sono degli atti disgustosi, vigliacchi e perfino criminali. Che nulla, ma proprio nulla, hanno a che fare con il tifo e la passione sportiva.

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Pirro è non solo persona perbene e squisita, e già solo per questo meriterebbe il massimo del nostro rispetto umano, ma soprattutto è un ex pilota esperto e competente, e le sue decisioni (come del resto tutti i suoi colleghi) non è abituato a prenderle a capocchia, ma a ragion veduta. E, anche quando non siamo d’accordo, non dobbiamo mai dimenticarci che la direzione gara giudica sulla base di una mole di dati (dalle immagini televisive alle telecamere onboard fino alle telemetrie) di cui noi non disponiamo interamente. Dunque possiamo definire il verdetto incomprensibile (come del resto abbiamo fatto, dal nostro punto di vista), ma non certo superficiale o, peggio ancora, frutto di chissà quali fantasiosi complotti.

Il problema delle regole in Formula 1

Ciò detto, come era doveroso, cerchiamo di fare però un passo oltre, per allontanarci dall’infuocata coda di polemiche della domenica di Montreal e andare verso un’analisi più fredda e ragionata dell’accaduto. Se i direttori di gara non sono degli sprovveduti o dei dilettanti, lo stesso va detto anche dei vertici della Ferrari. Dunque pare veramente difficile che abbiano deciso di presentare un ricorso destinato ad essere bocciato in partenza dalla competente Corte della Federazione internazionale dell’automobile, un appello contro una penalità che il regolamento stesso definisce inappellabile. Non crediamo che non se ne siano resi conto e nemmeno che abbiano deciso di sporgerlo ugualmente, ben sapendo di non avere alcuna speranza, solo per fare un mero gesto di forma.

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Piuttosto, crediamo che dietro questa mossa ci sia semmai una volontà politica. Che l’intenzione di fondo non sia tanto quella di riprendersi una vittoria che ormai è sfumata, quanto quella di sollevare un caso più generale. Leggiamo tra le righe: perché Vettel è stato penalizzato in Canada quando a Hamilton, a Montecarlo 2016, non fu torto un capello pur se anche in quel caso tagliò la strada al tentativo di sorpasso di Ricciardo? La questione, in questo caso, non è di merito, non riguarda la singola decisione che ha dato torto alla Ferrari, quanto piuttosto di metodo: situazioni simili vengono talvolta trattate con metri di giudizio differenti, per il semplice fatto che di Gran Premio in Gran Premio cambiano i componenti della direzione gara.

Se il collegio giudicante non rimane sempre lo stesso, come si può pensare di tracciare una linea chiara e definita tra ciò che è concesso e ciò che è proibito, come si può evitare che sorgano zone grigie aperte all’interpretazione, anche se in buona fede? Chi governa la Formula 1 deve avere il coraggio di cogliere l’occasione offerta da questo ricorso per affrontare il problema di petto, modificare alla radice il modo in cui vengono arbitrate le corse. Altrimenti, a perderci non sarà tanto la Rossa, ma il campionato nella sua interezza: con i piloti che saranno sempre meno stimolati ad attaccare in modo aggressivo, i sorpassi e lo spettacolo che caleranno ancora, in maniera inversamente proporzionale alle polemiche, e i tifosi che si ritroveranno molte altre volte a fischiare sotto il podio come accaduto in Quebec.

Meno male che c’è Sebastian Vettel

In tutto questo disastro, l’unico gesto che ci sentiamo di salvare è la plateale protesta di Sebastian Vettel, che ha prima invertito i cartelli segnaposto della prima e della seconda posizione, poi stava per disertare la cerimonia del podio, salvo lasciarsi convincere come puro esempio di rispetto nei confronti dei suoi avversari. Un gesto comprensibile, con il quale non facciamo fatica ad empatizzare, anzi addirittura meravigliosamente umano. I giornali spagnoli l’avranno pure criticato aspramente, definendolo una sceneggiata, ma a noi è sembrato l’unico momento realmente autentico a cui abbiamo assistito nelle ultime stagioni di una Formula 1 sempre più fatta di robot e di carte bollate. Avrà anche sbagliato in pista, avrà anche esagerato fuori, ma almeno il campione tedesco ha dimostrato di avere un cuore, e in una Scuderia dalla storia e dalla tradizione della Ferrari questo non è poco. Meno male che Seb c’è.

Fabrizio Corgnati