Nico Rosberg e Michael Schumacher ai tempi in cui erano compagni di squadra in Mercedes (Foto Daimler)
Nico Rosberg e Michael Schumacher ai tempi in cui erano compagni di squadra in Mercedes (Foto Daimler)

F1 | Rosberg rivela i giochi sporchi di Schumacher: “Quella volta in bagno…”

È stato l’unico pilota in grado di battere Lewis Hamilton nell’era Mercedes. L’unico compagno di squadra capace di sconfiggere, ad armi pari, con la stessa macchina, il campionissimo anglo-caraibico. Il titolo mondiale conquistato nel 2016 da Nico Rosberg, poco prima di annunciare il suo inatteso ritiro dalle corse, è rimasto per molti versi un’impresa senza uguali nella storia recente della Formula 1. E, per realizzarla, il figlio d’arte tedesco ha dovuto lottare, migliorare agonisticamente, sviluppare le sue doti da pilota e prepararsi per anni. Per molti anni. Addirittura dal 2010, ovvero da quando vestì per la prima volta la tuta delle Frecce d’argento, a fianco di un altro compagno di squadra ingombrante e scomodo come Michael Schumacher.

Oggi, a quasi un decennio di distanza, Rosberg ha raccontato dei clamorosi retroscena sulle tre stagioni durante le quali condivise il box con il mitico Kaiser. E sul comportamento del sette volte iridato fuori dalla macchina, sulle autentiche torture psicologiche che conduceva ai suoi danni dietro le quinte, sul modo in cui questa difficile convivenza lo abbia fatto riflettere e, in ultima analisi, crescere. “Ho avuto Michael Schumacher come compagno di squadra per tre anni”, ha spiegato Nico conversando con Daniel Ricciardo nel suo podcast Beyond Victory. “Lui era l’uomo dei giochi mentali: non deve neanche pensarci, gli viene naturale, è semplicemente fatto così. È stato un processo di apprendimento molto grande. Michael aveva una mentalità guerriera fenomenale. E io la vivevo e la respiravo ogni giorno, a volte all’estremo. Dalla mattina alla sera cercava solo di entrarmi nel cervello e di rovinare la mia autostima”.

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Così Michael Schumacher torturava psicologicamente Nico Rosberg

Ecco uno degli episodi più incredibili di queste tattiche mentali, narrato dalle stesse parole di Nico Rosberg ai suoi ascoltatori: “Di esempi ne ho tanti, ma ne racconto uno su tutti: accadde a Montecarlo, prima delle qualifiche”, ha proseguito. “Nel garage c’era solo un bagno. A dieci minuti dall’inizio, quando avevo appena il tempo per fare l’ultima pipì, prima di salire in macchina, scendo e lo trovo occupato. Quindi, pensando che dentro ci fosse un meccanico, busso alla porta e dico: ‘Sono Nico, per favore, fammi entrare’, perché avevo la priorità. Ma nessuno risponde, anche se sento che dentro c’è qualcuno. Era Michael, appoggiato al muro, che guardava l’orologio e faceva il conto alla rovescia: sapendo che se fosse riuscito ad uscire dal bagno a tre minuti dall’inizio delle qualifiche avrebbe potuto salire in macchina, mettersi le cinture di sicurezza e andare in pista senza perdere tempo o rovinare la sua strategia. E io, invece, stavo lì fuori in pieno panico, perché non potevo iniziare le qualifiche con la vescica piena, sarebbe stato un disastro. A quel punto non avevo altra scelta: ho urinato nel secchio dell’olio che stava nell’angolo, davanti a tutti i meccanici che lavoravano e correvano da tutte le parti. Ho trovato questa soluzione, ma il panico ha comunque condizionato le mie qualifiche. Mentre sono lì, la porta si apre, Michael esce fuori tutto tranquillo, e corre via verso la macchina. Giochetti di questo tipo erano all’ordine del giorno”.

Momenti difficili, insomma, ma che si sono rivelati importantissimi per il futuro sportivo di Rosberg: “Una delle missioni principali di Michael era quella di non dimostrarmi mai che io esistessi nella sua vita”, ha concluso. “In qualsiasi riunione non chiedeva mai ‘Cosa avete fatto sulla macchina di Nico?’ oppure ‘Ehi Nico, che ne pensi?’. Mai una volta in tre anni: semplicemente non esistevo. Non mi mostrava che giocassi nemmeno un minuscolo ruolo nella sua mente in nessun momento. Era un approccio da guerriero, ma perfetto: mai esagerato, né scorretto, né cattivo, sempre sul confine. Io, naturalmente, avevo un carattere opposto, perciò ho dovuto impararlo. In particolare quando sono stato in squadra con Lewis, perché ho dovuto farmi valere, ragionare e lottare con queste manovre, altrimenti non avrei avuto chance. Ho dovuto davvero cambiare molto di me stesso ed è stata dura. Ho sempre pensato di doverlo fare, anche se era fastidioso, perché così gli avrei messo dei dubbi in testa. Per me non è naturale, ma fa parte del gioco”.

Fabrizio Corgnati