Arturo Merzario e Niki Lauda (©Getty Images)

F1 | Niki Lauda, ovvero l’uomo che seppe vivere due volte

Se c’è qualcuno che più di ogni altro ha incarnato lo spirito del titolo italiano del film Vertigo di Alfred Hitchcock, quello è Niki Lauda. Perché in fin dei conti, l’incidente di cui fu vittima l’1 agosto 1976 mentre stava disputando il GP di Germania sul tracciato del Nurbrurgring e il successivo rogo che lo ha avvolto quando ancora si trovava nell’abitacolo della sua Ferrari 312 T, ha rappresentato un vero spartiacque nella sua vita. Una sorta di prima e dopo.

Gli esordi di Lauda nell’automobilismo

Nato a Vienna il 22 febbraio 1949 da famiglia di ricchi banchieri, abbandonò gli studi universitari avviati per seguire il percorso tracciato dal padre, per dedicarsi, contro il parere dei genitori, alla carriera motoristica.

Senza soldi cercò l’appoggio di alcuni istituti di credito, i quali, grazie al cognome importante che portava, si fidarono e gli concessero un prestito. Con quel denaro acquistò la sua prima vettura da corsa e partecipò nel 1968 alla Formula Vee. Rimasto ancora a secco di fondi, venne di nuovo aiutato dalle banche e da un’assicurazione sulla vita con cui l’anno seguente si garantì un sedile sulla March di Formula 2.

Da subito in grado di mettersi in luce per doti velocistiche e sensibilità di guida nel cogliere le minime imperfezioni nella monoposto, riuscì a debuttare in F1 già nel 1971 con la March, poi lasciata nel 1973 per la BRM.

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La svolta con la Ferrari

Soprannominato Il Computer per le sue capacità di analisi, per la freddezza e la poca predisposizione al rischio, nel 1974 vestì i colori del Cavallino e nel 1975 si laureò per la prima volta campione del mondo.

Nel 1976 il drammatico crash da cui uscì mal ridotto ma con buone speranze di sopravvivenza per merito di Arturo Merzario, Harald Ertl, Guy Edwards e Brett Lunger, che incuranti delle fiamme si fiondarono sulla macchina per cercare di liberare il collega- amico. Da lì l’inizio di tanti dissapori con Enzo Ferrari, accusato, tra l’altro, di aver con cinismo reclutato immediatamente Carlos Reutemann come sostituto. Rientrato con immenso coraggio e determinazione nel GP d’Italia a poche settimane di distanza dal tremendo botto e con ancora i vistosi segni delle bruciature sul volto, seppe dare del filo da torcere a James Hunt, in quel momento in vetta alla classifica generale. Solo il clamoroso ritiro sotto il diluvio del Fuji gli impedirà di confermarsi iridato. Un sigillo che saprà comunque riprendersi nel 1977, prima della definitiva rottura con il Drake, per motivi perlopiù di natura economica oltre che caratteriali.

Il finale di carriera

Di passaggio per due stagioni alla Brabham, e poi fermo dal 1979 al 1981, il 1982 fu l’anno del rientro con la McLaren dove chiuderà la carriera a fine 1985, non prima di aver lasciato un altro segno nel 1984.

Da allora, gran parte della sua esistenza è stata dedicata alle attività manageriali nella compagnia aerea da lui fondata, la Lauda Air poi Fly Niki e oggi Laudamotion e alla famiglia.

Consulente per diversi team tra cui Jaguar e la stessa Ferrari, dal 2012 lavorava alla Mercedes come braccio destro del direttore generale della scuderia di F1 Toto Wolff, aiutandolo nella gestione di un’equipe che, almeno nelle fasi d’avvio aveva faticato ad ingranare, ma che dal 2014 è diventata la dominatrice del campionato.

Ricoverato nell’agosto del 2018 per il collasso di un polmone che ha quindi richiesto il trapianto, Lauda ha sempre sperato di tornare in quel paddock che tanto amato, ma forse i postumi di quel tragico Gp del Nurburgring del 1976 hanno preso il sopravvento e dopo averlo costretto nelle recenti settimane alla dialisi, lo hanno portato via nella notte di lunedì 20 maggio.

Chiara Rainis