Caso Aldo Moro: emerge una nuova agghiacciante pista

Aldo Moro (foto dal web)

Secondo un’inchiesta dell’Huffington, dalla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul caso Moro, conclusasi nel dicembre scorso, emergerebbe una nuova verità sul sequestro del presidente della Democrazia Cristiana rapito ed ucciso nel 1978.

Sono passati 41 anni da quel 9 maggio 1978 quando un brigatista chiamò il professor Francesco Tritto per comunicargli il luogo esatto dove sarebbe stato rinvenuto il cadavere di Aldo Moro. Una chiamata, che venne registrata, di circa un minuto durante la quale il brigatista Valerio Morucci, qualificatosi come il dottor Nicolai, spiegava all’amico ed allievo di Moro “adempiendo alle ultime volontà del presidente” che il corpo senza vita del politico si trovava in via Caetani all’interno di una Renault 4 rossa. Le forze dell’ordine intercettando la chiamata arrivarono nel luogo indicato e ritrovarono il cadavere del presidente della Democrazia Cristiana, rapito in via Fani a Roma 55 giorni prima in cui vennero uccisi i 5 agenti della sua scorta. Lo scorso dicembre si è conclusa la Commissione Parlamentare d’inchiesta sul caso Moro ed i suoi atti sono stati desecretati. Da questi ultimi emergerebbe una nuova verità su una delle pagine nere che ha segnato la storia del nostro paese.

Caso Aldo Moro: la nuova pista sul sequestro

L’omicidio del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, rimane ancora velato nel mistero a 41 anni di distanza. Moro venne rapito il 16 marzo del 1978 e ritrovato dopo 55 giorni di prigionia morto all’interno di una Renault 4 in via Caetani a Roma. Ad uccidere il presidente della DC, secondo gli esami autoptici, sono stati numerosi colpi di pistola e mitraglietta. A dicembre dello scorso anno si è conclusa la Commissione Parlamentare d’inchiesta sul caso Moro ed alcuni suoi atti sono stati desecretati e raccolti dalla redazione dell’Huffington Post. Secondo la redazione del sito, da questi atti e dalle dichiarazioni emergerebbe una nuova sconcertante verità: Aldo Moro potrebbe aver trascorso gli ultimi giorni di prigionia all’interno di una cantina di un’ambasciata nei pressi di via Caetani. Stando a questa circostanza ci sarebbe, dunque, il possibile coinvolgimento di un Paese straniero nel sequestro del presidente Moro. Ad affermarlo, secondo l’Huffington Post, sono diverse persone informate sui fatti. Tra queste anche monsignor Fabio Fabbri a cui Don Cesare Curioni, cappellano delle carceri e vicino a Papa Paolo VI, avrebbe confessato che nei risvolti dei pantaloni di Moro vi era del terriccio, lo stesso che si trovava nella cantina di un’ambasciata vicino il luogo del ritrovamento del cadavere. Anche il figlio del sottosegretario e capo del comitato di crisi del ministero dell’Interno nei giorni del rapimento Nicola Lettieri, Gaetano, avrebbe riferito che il padre avrebbe ammesso che sulla prigione di Moro “ci eravamo seduti sopra”. All’epoca vi erano diverse rappresentanze diplomatiche nei pressi di via Caetani e adesso bisognerà capire, se tali informazioni dovessero rivelarsi veritiere, di quale si trattava. In questo caso si aprirebbe un nuovo scenario in un caso che ha sconvolto l’Italia intera.

Leggi anche —> Omicidio Marco Vannini, mamma Marina: “Ho sempre detto che Ciontoli mente”