Il 1° maggio di 25 anni fa se ne andava il più grande

F1 | Il 1° maggio di 25 anni fa se ne andava il più grande

Per i suoi detrattori sarà sempre e soltanto il classico personaggio elogiato ed esaltato dopo la morte, ma per tutto il resto del mondo Ayrton Senna rimarrà un faro irraggiungibile, perché i numeri contano poco quando si ha a che fare con le emozioni.

Chi è venuto dopo di lui, in particolare Michael Schumacher, ha fatto meglio in termini di titoli e oggi Lewis Hamilton armato di una Mercedes senza rivali sta demolendo tutti i record possibili. Ciò nonostante quello che ha lasciato il 3 volte iridato brasiliano, l’uomo prima del campione, non sarà mai raggiungibile da nessuno, perché qualunque cosa abbia fatto dal momento del debutto in F1 nel lontano 1984 con la piccola Toleman, alla spettacolare e tragica scomparsa dieci anni dopo ha lasciato un segno, ha creato un prima e un dopo. Ecco perché anche il grande avversario di una vita in pista, poi diventato suo amico, Alain Prost ne ha sempre parlato con rispetto, senza mai cedere al rancore o all’amarezza per quegli episodi di rivalità estrema che in fin dei conti hanno proiettato nel mito entrambi.

L’eredità di Beco – Inutile dire che le nuove generazioni di piloti lo ricordano poco. Non lo hanno vissuto, non lo hanno conosciuto, per cui ogni qualvolta gli si chiede un commento non sono in grado di dire altro che cose scontate e retoriche. D’altronde questi ragazzi, come hanno ammesso, “sono di un’altra generazione”, ovvero quella cresciuta a pane e playstation, dove il reale si confonde con il virtuale, dove non si è in grado di fare un’affermazione spontanea, dove la personalità è completamente schiacciata dal voler essere parte del mucchio. Tutti uguali, fatti con lo stampino, non una differenza, non uno strappo alla regola. Non un’azione fatta con il cuore.

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I driver 4.0 sono come avatar, non li vedi mai, poi quando è il momento si calano in macchina e fanno il loro bravo compitino, quindi si tolgono casco e tuta e di nuovo spariscono nel nulla, ovvero esattamente quello che regalano. Il vuoto assoluto.

Sarà per questo che anche i più futuristi, i più attaccati all’adesso e al domani, un briciolo di nostalgia, pensando a Senna e alla sua epoca, la continuano a provare. Per quel Beco cresciuto negli agi di San Paolo, ma molto vicino ai poveri, agli sfortunati, che fino all’ultimo ha cercato, con discrezione, di aiutare, e che nel lavoro ci metteva l’anima, si arrabbiava, si commuoveva, peccava di superbia; ma pure per quel mondo a quattro ruote in cui chi guidava era considerato come una sorta di eroe arrivando al traguardo con le mani piagate per il movimento sul cambio ripetuto migliaia di volte, e sfinito dalla stanchezza, mentre ora si scende dall’abitacolo freschi come rose, quasi pronti a ripartire per un altro GP, nonché per delle macchine che quando passavano ti facevano tremare le viscere, che bramavi come oggetto del desiderio e che oggi invece guardi sfrecciare come auto qualunque e non hai più neppure bisogno di mettere i tappi alle orecchie.

Chiara Rainis