Max Verstappen (Foto Red Bull)
Max Verstappen (Foto Red Bull)

F1 | Caro Leclerc, c’è una lezione che puoi imparare da Max Verstappen

I grandi campioni sono frutto di un cocktail complesso e articolato, composto in parti uguali da talento naturale ed esperienza. Con il primo ci si nasce, la seconda la si apprende lentamente, con il tempo, l’allenamento e soprattutto con gli errori. Almeno, questo vale per quelle persone così intelligenti da apprendere le lezioni preziose che ogni fallimento ha da insegnare loro, e non così diaboliche da perseverare nei loro sbagli.

A Charles Leclerc il talento naturale non manca, e nemmeno l’intelligenza per apprendere dai propri scivoloni. Quello che ancora gli manca, a ventun anni e con alle spalle una sola stagione completa in Formula 1, è l’esperienza. E per raggiungere quella non ci sono scorciatoie: bisogna concedergli tutto il tempo che gli serve per raccoglierla sul campo. Senza sommergerlo di premature aspettative o pressioni, che finirebbero per essere solamente controproducenti.

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Max Verstappen, un modello da seguire

A dimostrare plasticamente quanto questo approccio di crescita spontanea e graduale possa risultare premiante è un esempio su tutti, che spicca evidentissimo nell’attuale griglia della Formula 1: Max Verstappen. La Red Bull, del resto, ha una tradizione nello scoprire e nell’allevare giovani talenti molto superiore a quella della Ferrari, che con Leclerc ha portato per la prima volta in squadra un prodotto del suo vivaio. I Bibitari hanno riconosciuto il talento del loro figlio d’arte, lo hanno portato in F1 a una tenerissima età (non ancora maggiorenne), ma poi hanno applicato su di lui un programma di sviluppo a tappe rigidissime.

Dapprima in Toro Rosso, poi promosso in prima squadra ma con il ruolo di gregario, per dargli la possibilità di imparare con calma, protetto all’ombra del suo capitano che allora era Daniel Ricciardo. Verstappen ha subito messo in luce sprazzi del suo enorme potenziale, vincendo il suo primo Gran Premio disputato con la Red Bull, ma poi ha commesso anche tanti, tantissimi errori. Si è reso protagonista di manovre garibaldine, di incidenti imperdonabili, ha buttato fuori rivali incolpevoli e ha gettato al vento innumerevoli risultati utili per colpa della sua arrembanza e del suo eccesso di aggressività. Altre scuderie, forse, a quel punto lo avrebbero messo in dubbio, bollandolo frettolosamente come una miscela esplosiva di genio e sregolatezza. Le Lattine, invece, lo hanno difeso, comprendendo molto bene che quel percorso fatto di inciampi e di risalite era necessario affinché l’olandese raggiungesse la maturità agonistica.

Maturità che in effetti ha raggiunto in questa stagione, quando finalmente si è ritrovato a ricoprire i galloni del caposquadra. Nei primi quattro Gran Premi dell’anno è sempre arrivato tra la quarta e la terza posizione, portando a casa il massimo consentito da una monoposto non al top (forse perfino di più), ma soprattutto mostrando di aver compreso alla perfezione i suoi passati errori, e di aver capito quanto sia importante accendere il cervello nei momenti chiave della gara, per massimizzare la propria efficacia e la propria redditività. Proprio quello che ha fatto ieri, nella corsa di Baku, dopo quell’intempestiva virtual safety car che ha fatto raffreddare le sue gomme e gli ha fatto perdere quel ritmo necessario alla rimonta: a quel punto ha pensato giustamente che non valesse la pena di rischiare (visto che il suo compagno di squadra Pierre Gasly era appena finito fuori gioco per un guasto al cambio) e si è accontentato della posizione ai piedi del podio. Risultato: ora in campionato è davanti a una delle Ferrari, proprio quella di Leclerc, e ha un solo punto di ritardo dall’altra, quella di Sebastian Vettel.

Perché Charles Leclerc ha la licenza di sbagliare

Ecco, questa storia dovrebbe insegnare molto alla Rossa di Maranello, ma soprattutto ai tanti, comodi critici del giorno dopo che le girano intorno. Charles Leclerc ha dimostrato di avere già la velocità per poter lottare per il Mondiale, ma aspettarsi da lui la solidità di un capitano e quindi buttargli la croce addosso già dopo un primo pasticcio (per quanto grave) come quello che ha combinato sabato in qualifica sarebbe il peggior dispetto che potremmo fargli. Non solo il baby monegasco ha il diritto, ma ha addirittura il dovere di sbagliare, in questa fase della sua carriera: solo così potrà apprendere quelle dolorose lezioni che hanno reso grande Verstappen e tanti altri fuoriclasse prima di lui. Diamogli il tempo di fiorire, di compiere il suo necessario apprendistato, e in futuro ci regalerà tante soddisfazioni. Semmai, il problema alla Ferrari sta nel fatto che quello che dovrebbe essere il primo pilota di esperienza, ovvero Vettel, non sta invece capitalizzando. Ma questa è tutta un’altra questione…

Fabrizio Corgnati