Filippo Di Mario e Michael Schumahcer (Ph Filippo Di Mario Facebook)

F1 | ESCLUSIVA, Filippo Di Mario: “Schumacher ha dipinto un’epoca di rosso”

Filippo Di Mario ha tratteggiato con la sua fotografia un’intera epoca motoristica seguendo passo passo il pilota più vincente della storia della F1: Michael Schumacher. Con sguardo artistico il messinese ha impresso prima su pellicola e poi su tela i momenti più importanti nella vita agonistica del tedesco.

Oggi la mostra Schumacher 50 che raccoglie le opere di Di Mario, accoglie ogni giorno centinaia di visitatori che arrivano da ogni parte del mondo per osservare le immagini che hanno raccontano la storia di un mito immortale come Michael. Attualmente potrete godervi queste splendide opere presso il museo dell’Autodromo di Imola dove saranno esposte sino al 28 aprile. Noi di Tuttomotoriweb.com pubblichiamo di seguito la seconda parte della lunga intervista che abbiamo condotto con Filippo Di Mario che ci ha raccontato altri retroscena della vita professionale di Schumi.

Tu hai seguito per anni Schumi, pensi sia giusto il paragone con Hamilton?

Quando arrivò Michael capì che era un pilota diverso, fui subito catturato dal suo stile. Ho fotografato anche Alesi, ma vedevo che più in là di così non riusciva ad andare, non riusciva a vincere, lo stesso Berger e lo stesso vale per tanti altri che ho visto. Non c’era nessuno in grado di essere così continuo da fare quel tipo di imprese che faceva Michael cominciando poi a vincere titoli mondiali.

Sapevo che quelle immagini avrebbero fatto la storia e che in un certo senso stavano facendo anche la mia di storia di fotografo e di artista. Io ho vissuto con molto dispiacere i 5 anni di Alonso, lui è stato un altro mio grande amico e potrei fare con lui esattamente ciò che ho fatto di Michael. Le tele che ho fatto per lui non le ha mai viste nessuno, le ho fatte solo per lui e le tiene nel suo salotto. Lui aveva un potenziale enorme, era come Michael, un animale da gara, poteva vincere, ma il muretto purtroppo, i tecnici, non sono stati in grado di supportarlo. Lui con delle macchine non vincenti le ha portate ad un passo dal titolo mondiale e dal muretto sono stati “abili” a farglielo perdere.

Se io oggi dovessi darti un mio giudizio ti direi che il periodo di Schumacher è stato sicuramente molto bello per lo sport italiano, per la Ferrari in particolare, perché comunque quest’uomo ha segnato un’epoca. Come dico io l’ha dipinta di rosso. Perché non è vero che non aveva avversari, gli avversari c’erano. Hakkinen decise di smettere di correre.

Senna è stato sicuramente il più grande talento che c’è stato, nel giro secco era unico. Poteva fare ancora altri numeri, ma sulla sua strada ha incontrato piloti molto veloci come Alain Prost. Michael aveva qualcosa in più, era un tecnico, lui è stato quello che ha suggerito di mettere l’elettronica sui volanti, era 20 anni avanti. Si interessava molto di come sistemare la macchina. Ayrton, invece, non era così, gli davano la macchina e lui andava. Schumacher è stato lui che ha creato in quel modo il team.

Per me la Mercedes ha avuto la fortuna di avere avuto un collaudatore come Michael, che gli ha suggerito i tecnici giusti e con lo stesso metodo di lavoro che c’era in Ferrari, che lui ha portato lì, sono riusciti a costruire una squadra vincente. Hamilton oggi è il pilota più forte che c’è in circolazione. Nell’epoca moderna della F1, che non ha niente a che vedere con quella si Schumi, che a sua volta aveva poco a vedere con quella di Senna, Hamilton è sicuramente il numero uno.

Perché Michael andò in Mercedes?

Lui non andò lì per vincere, andò in Mercedes per due motivi ben precisi: uno economico. Purtroppo era caduto in una bolla speculativa edilizia ad Abu Dhabi e aveva perso circa 250 milioni di euro. Lui li investì in un intero villaggio, però la sua quota rimase invenduta. Poi aveva qualche sassolino da togliersi nei confronti della Ferrari.

Quando si fece male al collo e la Ferrari lo richiamò perché Massa s’infortunò lui provò al Mugello. Lui faceva 1-2 giri massimo e poi doveva fermarsi per ricevere dei massaggi perché non ce la faceva e quindi decise di rinunciare. La Ferrari però non ha capito una cosa molto importante. Lui in quel giro che faceva riusciva a fare il tempo.

Lui era sempre quello di prima, faceva gli stessi tempi. Lui si aspettava una proposta per l’anno dopo e la Ferrari non l’ha capito. Quando arrivò in Mercedes sapeva di non avere una macchina competitiva per cui ha fatto esattamente quello che ha fatto in Ferrari. Si dedicava costantemente a migliorare la macchina e aveva creato una monoposto che al venerdì andava velocissima, ma poi faceva surriscaldare troppo le gomme e in gara andava male.

Lui non si curò mai di Rosberg in quegli anni. Non se ne fregava di essere 7° o 8°, a lui interessava solo vincere e pensava solo a migliorare la macchina per renderla vincente. Dopo 3 anni lì in Mercedes hanno ritenuto, così come accaduto in Ferrari, che lui fosse ormai troppo vecchio e hanno preso al suo posto quello che ritenevano essere il pilota del futuro: Lewis Hamilton. Il britannico, grazie anche alla sua bravura e alle sue capacità, ha saputo approfittare del lavoro svolto e ha vinto tanto e anche lo stesso Rosberg ha conquistato un titolo mondiale lottando contro il suo compagno di team. La storia è sempre la stessa: quando un team va bene, gli altri scompaiono.

 Cosa successe a quel punto nel vostro rapporto?

Il mio rapporto con lui è continuato anche quando è andato in Mercedes. Io ho continuato a raccontarlo. Quando lui smise con la Ferrari io feci il libro “L’ultimo traguardo”, che ha solo lui e 21 miei amici che mi hanno dato una mano a pagare il progetto. In futuro però potrei far uscire anche “Il ritorno di Michael” che racconta i suoi anni in Mercedes.

Antonio Russo