Processo Cucchi bis, il supertestimone: “Cosi hanno picchiato Stefano”

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Stefano Cucchi
Stefano Cucchi (foto dal web)

Il supertestimone nel processo per Stefano Cucchi ha deposto oggi in aula nel procedimento in merito ai depistaggi sulle condizioni del giovane romano in seguito all’arresto. A parlare è il Carabiniere Francesco Tedesco che ha partecipato all’arresto e accusato i suoi due colleghi, ora accusati di omicidio preterintenzionale.

Prosegue il processo bis sulla morte di Stefano Cucchi, avente ad oggetto l’inchiesta sui depistaggi relativi alle condizioni di salute del giovane dopo l’arresto. Alla sbarra alcuni carabinieri, a seguito della morte del 32enne, avvenuta in ospedale nell’ottobre del 2009 una settimana dopo l’arresto in flagranza per detenzione di sostanze stupefacenti. Oggi in aula ha deposto il supertestimone Francesco Tedesco, il carabiniere imputato nel processo pilota per omicidio preterintenzionale insieme ad altri due colleghi, ora accusati da lui stesso del presunto pestaggio nei confronti del ragazzo. Tedesco inizialmente ha chiesto scusa alla famiglia del geometra romano e in seguito ha raccontato quell’orribile pestaggio consumatosi all’interno della caserma della compagnia Casilina di Roma la stessa notte dell’arresto.

Processo Stefano Cucchi bis: in aula il supertestimone depone e chiede scusa alla famiglia del ragazzo

Chiedo scusa alla famiglia Cucchi e agli agenti della polizia penitenziaria, imputati al primo processo. Per me questi anni sono stati un muro insormontabile“. Queste sono state le prime parole in aula di Francesco Tedesco, il carabiniere accusato di omicidio preterintenzionale insieme ad altri due colleghi, Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, che stamane ha deposto nel corso del processo sui depistaggi relativi alle condizioni di salute della vittima. Dopo le scuse alla famiglia, Tedesco, il supertestimone che ha accusato i due colleghi imputati anch’essi per il pestaggio, ha raccontato le fasi del terribile pestaggio ai danni di Cucchi nella caserma della compagnia Casilina di Roma la notte stessa del suo arresto per detenzione di sostanze stupefacenti.

Tedesco afferma in aula davanti ai giudici: “Il 15 ottobre 2009 ero di pattuglia con un collega e notammo Cucchi che stava scambiando della sostanza stupefacente con Mancini. Quando intervenimmo, si avvicinarono anche i due colleghi, Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro che erano in borghese. Era un periodo in cui si volevano effettuare più arresti per farsi notare, procediamo con l’arresto e la perquisizione ed in seguito ci venne detto dal superiore di effettuare il fotosegnalamento presso la compagnia Casilina. Di Bernardo e Cucchi litigarono dopo il rifiuto di quest’ultimo a sottoporsi al fotosegnalamento, non ricordo ciò che si dissero, ma ebbero una discussione, mentre uscivano dalla stanza Di Bernardo ebbe una reazione, si voltò e colpì Cucchi con uno schiaffo abbastanza violento. Io vedendo ciò gli dissi ‘Oh ma che ca*** fai, ti rendi conto di quello che stai facendo? Smettila’. Io mi alzo e mentre lo faccio Di Bernardo spinge Cucchi e D’Alessandro colpisce il ragazzo con un calcio al gluteo con la punta delle scarpe all’altezza dell’ano. Io ricordo che Cucchi cadde a terra violentemente come se si fosse seduto e subito dopo batté la testa all’indietro, ho sentito il rumore della testa sbattere. D’Alessandro mentre è a terra gli dà un calcio, nella parte alta del corpo credo o in testa o al volto, a quel punto io spingo entrambi i miei colleghi e quando stava per dargliene un altro l’ho fermato. Subito dopo gli ho detto di non avvicinarsi più e di allontanarsi dicendo di non fare più una cosa simile. A quel punto mi avvicino a Stefano per sincerarmi delle sue condizioni e lui mi rispose, credo un po’ intontito, dicendomi ‘Sto bene, io sono un pugile non ti preoccupare’“.

Processo Stefano Cucchi bis, il supertestimone: “Sono stato minacciato

Infine il carabiniere ammette di aver parlato con il suo superiore il maresciallo Roberto Mandolini chiedendo come si sarebbero dovuti comportare lui e i suoi colleghi dopo quanto successo: “Io ero spaventato, mi era sparita anche l’annotazione di servizio e lui mi disse che dovevo star tranquillo e dovevo dichiarare che Stefano stesse bene. Poi mi minacciò dicendomi ‘tu devi continuare a seguire la linea dell’Arma se vuoi continuare a fare il carabiniere’. Mandolini si vantava molto delle sue conoscenze a livello gerarchico ed in Vaticano, il suo ufficio era pieno di riconoscimenti. L’ho percepita come seria quella minaccia“.

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