Yara Gambirasio
Yara Gambirasio (foto dal web)

La piccola Yara Gambirasio è stata ritrovata senza vita, da un avventore, in un campo di Chignolo d’Isola il 26 febbraio 2010. Per la morte della 13enne è stato condannato in via definitiva Massimo Bossetti, un muratore di Mapello. Una pista, però, non più percorsa dagli inquirenti continua a lasciare spazio a molti dubbi.

Il 26 febbraio 2010 il corpo della giovane Yara Gambirasio viene ritrovato, dopo tre mesi dalla sua sparizione, senza vita in un campo di Chignolo d’Isola, distante pochi chilometri da Brembate di Sopra (Bergamo). Per l’omicidio della ragazzina è stato condannato all’ergastolo in via definitiva Massimo Bossetti, muratore di Mapello il cui Dna è stato rinvenuto sul corpo della 13enne. Nonostante la condanna di Bossetti, rimangono ancora molti dubbi su una pista aperta da un’inchiesta del quotidiano online La Voce nel 2012, vagliata dagli inquirenti, ma poi non più battuta. Ora come allora quella pista risulterebbe poter fornire una ricostruzione plausibile alla vicenda.

Il processo per la morte di Yara Gambirasio ha avuto inizio ed è terminato con alla sbarra un unico imputato: Massimo Bossetti. Non ci sono mai stati dubbi per i giudici, tutti gli indizi hanno sempre condotto verso la colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio del muratore di Mapello. Eppure latente è sempre rimasta una pista, vagliata dagli inquirenti ma subito chiusa, quella che dietro l’omicidio della piccola Yara ci fosse la mano invisibile della camorra.

La Lopav: anche Roberto Saviano si era espresso sul caso Gambirasio

Era stata la redazione de La Voce nel 2012 a pubblicare un’esclusiva inchiesta dalla quale sarebbe emersa quella pista che tutti conoscevano, ma di cui si è parlato soltanto sottovoce. La possibilità che la piccola Yara fosse stata vittima di una vendetta messa in atto dalla camorra. A dare conforto alle tesi del quotidiano online, che peraltro sembrava essere la più lineare, ci furono Roberto Saviano e Chi l’ha visto? con l’intervista a Vittorio Rizzi, noto investigatore. Tutto sarebbe partito da un nome Claudio Locatelli, titolare della ditta Lopav, operante a Mapello, arrestato perché ritenuto un narcotrafficante internazionale, esponente di un noto clan della camorra. La Voce ha portato avanti una complessa inchiesta che ad oggi lascia aperti ancora numerosi interrogativi.

Saviano in un’intervista al settimanale Oggi disse: “Il padre di Yara ha lavorato per la Lopav, un’azienda di proprietà dei figli di Pasquale Locatelli, superboss del narcotraffico, che aveva anche un appalto nel cantiere di Mapello. Inoltre, alla festa della Lopav parteciparono tre magistrati della procura di Bergamo. Mi sembra inquietante che non si sia indagato in quella direzione. Anche perché tutti e tre i cani molecolari usati nelle indagini, sono andati tutti dalla palestra in cui si allenava Yara al cantiere”.

L’inchiesta de La Voce: ecco perché la camorra avrebbe potuto essere coinvolta

Il 12 ottobre del 2010 i finanzieri del Nucleo operativo antidroga arrivarono a Bergamo, arrestando i fratelli Massimiliano e Patrizio Locatelli, i quali gestivano un’impresa edile nel campo della pavimentazione. Le manette erano scattate nell’ambito dell’Operazione Box, che a maggio dello stesso anno aveva portato all’arresto per la terza volta di Pasquale Claudio Locatelli, uno degli elementi di spicco del clan Mazzarella facente parte della camorra. Quale sarebbe quindi la connessione con il caso della piccola Yara? La Voce spiega puntualmente:

  • Il cantiere di Mapello dei Locatelli è lo stesso cantiere in cui i cani molecolari hanno più volte fiutato le tracce di Yara;
  • Lo sponsor del Palazzetto dove Yara si allenava era stata proprio la Lopav dei Locatelli;
  • Fulvio Gambirasio, il padre di Yara, lavorava da sempre nel mondo della pavimentazione ed era stato un dipendente della Gamba Coperture che aveva avuto rapporti in passato con la Lopav

Ma c’è dell’altro. Fra gli extracomunitari che lavoravano al cantiere di Mapello della Lopav c’era anche Mohamed Fikri, 22 anni, quell’uomo che venne additato per primo come il colpevole della sparizione della piccola Yara, poi rilasciato per insussistenza di prove. Tuttavia un dubbio resta: perché il giorno dopo la scomparsa della 13enne il ragazzo si sarebbe affrettato a fuggire. Per non parlare del fatto che il 25 novembre, poche ore prima della scomparsa della giovane Yara, un carabiniere di nome Pierluigi Gambirasio (il quale non aveva nessun rapporto di parentela con la famiglia della 13enne) si era tolto la vita all’interno della caserma di Zogno: l’uomo si occupava proprio del traffico di sostanze stupefacenti in Val Brembana.

Una pista, quella della camorra che è stata vagliata solo per un attimo, ma sulla quale poi si è messo un punto fermo e di cui non si è più parlato anche nelle aule di Tribunale, dove Massimo Bossetti, nei tre gradi di giudizio, è stato ritenuto unico responsabile dell’omicidio di Yara Gambirasio.