Mick Schumacher nei test di F1 in Bahrein (Foto Alfa Romeo)
Mick Schumacher nei test di F1 in Bahrein (Foto Alfa Romeo)

F1 | L’importanza di chiamarsi Schumacher: Mick, talento o bidone?

Chi è veramente Mick Schumacher? Il nuovo, sensazionale talento sulle soglie della Formula 1 e in particolare della Ferrari, che si è affrettata a metterlo sotto la sua ala protettrice e a farlo debuttare con la sua monoposto nei test del Bahrein? Oppure un raccomandato sopravvalutato, di cui si parla più per via del cognome illustre che per le sue effettive doti di guida? Tra gli addetti ai lavori del paddock, il dibattito è già aperto. C’è chi, come Sebastian Vettel, è rimasto impressionato dal lavoro svolto dal figlio d’arte all’esordio assoluto al volante di una vettura della massima serie. E chi, come l’ex direttore sportivo della Ferrari Cesare Fiorio, è rimasto invece molto più scettico.

Proprio ai microfoni di TuttoMotoriWeb.com, lo storico boss ferrarista ha espresso tutti i suoi dubbi su Schumi Jr: “Penso che su di lui sia stata montata una messa in scena incredibile”, ha commentato Fiorio. “Pur guidando una macchina molto competitiva come la Prema, nella prima gara di Formula 2 è arrivato ottavo e nella seconda, partendo in pole in virtù dell’inversione delle posizioni, è arrivato sesto. Nei test è vero che ha ottenuto il secondo tempo, ma in quel momento nessuno stava tirando: Verstappen è stato più veloce di Schumacher con delle gomme più dure di ben due step rispetto a lui”. Guardando i risultati, in effetti, appare evidente che l’erede del grande Michael non abbia quell’esplosività che ha permesso ad altri baby fenomeni come Leclerc e Verstappen di mettere immediatamente la loro firma e bruciare le tappe nelle categorie inferiori. Lo Schumino, al contrario, ha ancora molta strada da fare di fronte a sé. Ma archiviarlo troppo in fretta alla voce “bidone” sarebbe profondamente ingiusto.

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Il peso del cognome Schumacher

I suoi precedenti risultati (vicecampione di Formula 4 in Italia e in Germania, campione europeo di Formula 3) sono in linea con quelli dei migliori talentini della sua generazione. Ma Mick Schumacher ha anche una particolarità che non è toccata a nessun altro giovane pilota prima di lui: la straordinaria attenzione mediatica. A soli vent’anni, al suo debutto in Formula 2, aveva già gli occhi del mondo puntati addosso. Oltre trenta giornalisti hanno partecipato alla sua conferenza stampa inaugurale, una rarità assoluta per un 20enne esordiente nella serie cadetta, e quasi tutte le televisioni hanno dedicato almeno un servizio a questo campionato, che negli anni scorsi passava praticamente inosservato. Nell’era dei social network, poi, l’interesse nei confronti del figlio di uno sportivo amato e leggendario come Michael Schumacher, per giunta alle prese con il suo personale dramma umano, non poteva che alimentarsi e gonfiarsi a dismisura.

In questo senso il cognome Schumacher, che indubbiamente ha aiutato il giovane Mick ad uscire dall’anonimato, rischia di trasformarsi da privilegio a pesante zavorra, sottoponendolo ad una pressione psicologica difficile da sostenere. Questo aspetto va tenuto in conto, quando si analizzano le sue prestazioni: ciò non significa che bisogna avere un occhio di riguardo nei suoi confronti, ma almeno non seppellirlo sotto un’eccessiva aspettativa, lasciandogli invece il tempo di crescere passo dopo passo, come tutti i suoi coetanei. Se il tedesco non è sembrato il più veloce della griglia della Formula 2 in Bahrein, ha però messo in mostra un approccio alle corse solido e misurato e una maturità nella gestione della stampa insolita per la sua età. Questo è un punto di partenza molto promettente. Il resto starà a lui dimostrarlo in pista, ma a tempo debito. Una cosa è certa: sicuramente per meritarsi un posto da futuro pilota titolare in Ferrari non gli basterà chiamarsi Schumacher.

Fabrizio Corgnati