Suicidio Ferrari: i suoi due punti deboli le sono costati la vittoria

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Charles Leclerc sulla Ferrari nel Gran Premio del Bahrein di F1 2019 (Foto Ferrari)
Charles Leclerc sulla Ferrari nel Gran Premio del Bahrein di F1 2019 (Foto Ferrari)

F1 | Suicidio Ferrari: i suoi due punti deboli le sono costati la vittoria

Allora quelli che avevano messo in luce anticipatamente le potenziali criticità della Ferrari non erano solo uccellacci del malaugurio. Lo ha dimostrato il Gran Premio del Bahrein, in cui dapprima tutto quello che poteva andare bene è andato bene, e alla fine tutto quello che poteva andare male è andato male. Tutti i punti deboli latenti nella pancia della Scuderia si sono manifestati dolorosamente in gara. Strappando dalle mani di Charles Leclerc e del team una vittoria che, per come era girato fino a quel momento il weekend di gara, sarebbe stata indubbiamente meritata.

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Ferrari veloce ma fragile

Il primo problema è stato l’affidabilità. A dodici giri dalla fine, sulla macchina del baby fenomeno monegasco sono improvvisamente spariti 160 cavalli, facendogli perdere qualcosa intorno a quattro-cinque secondi al giro. A quel punto non c’è stato più nulla da fare contro le Mercedes, che si sono ritrovate servita su un piatto d’argento una doppietta a loro stesso dire quantomeno fortunosa, e solo l’ingresso in pista finale della safety car ha consentito comunque al 21enne di consolarsi con il suo primo podio in Formula 1. Che cosa sia successo esattamente non è ancora chiaro, ma la forte impressione è che qualcosa si sia rotto nel sistema di recupero di energia, che non è più stato in grado di fornire la sua spinta extra in accelerazione.

Insomma, la Ferrari SF90 che abbiamo visto in pista al Sakhir, a differenza di quella che aveva deluso all’esordio stagionale di Melbourne, è tornata a tutti gli effetti quella dei test pre-campionato di Barcellona: con i suoi punti di forza, ma anche con i suoi talloni d’Achille. Primo tra tutti l’affidabilità, che già nella seconda settimana di prove invernali era venuta meno in numerose occasioni e in modo preoccupante. Di fronte a questa debacle, diventa più complicato sostenere che sul motore di Maranello sia davvero tutto in ordine, come il team principal Mattia Binotto giurava fino a giovedì scorso. E che il disastro australiano non sia stato originato, almeno in parte, dalla decisione di far girare il propulsore con un setting depotenziato, proprio per evitare guasti del genere.

Vettel, sei sempre il solito

Il secondo problema, però, se possibile è ancora più grave. Mentre il giovane Leclerc non ha messo un piede in fallo per tutto il fine settimana, e ha dimostrato un potenziale vincente che sicuramente gli consentirà di rifarsi molto presto, il suo più esperto compagno di squadra Sebastian Vettel è tornato a commettere i suoi soliti errori, non degni di un caposquadra, il ruolo che ricoprirebbe per lo meno sulla carta. Il lato oscuro del quattro volte iridato è riapparso nello scontro diretto con Lewis Hamilton, sotto pressione psicologica. Il primo assalto dell’anglo-tedesco è riuscito a ribatterlo con convinzione, ma di fronte al secondo, il giro dopo sempre alla curva 4, è finito in testacoda.

Un testacoda molto simile a quello commesso dallo stesso tedesco nel Gran Premio d’Italia dell’anno scorso. E che ora, conoscendo la fragilità mentale di Vettel, rischia seriamente di innescare un altro circolo vizioso di sbagli a ripetizione. Di fronte a questi limiti che, di anno in anno, Seb ripropone invariabilmente, senza dare segni di miglioramento, diventa sempre più complicato giustificare la leadership interna attribuita, a prescindere, al teutonico; specialmente quando il nuovo arrivato, sfortuna a parte, si produce invece in una prova di maturità indiscutibile. La Ferrari rientra a casa dal Bahrein con tanti rammarichi e almeno una sicurezza: quella di disporre ancora di una macchina in grado di puntare al titolo mondiale. Forse, non con il pilota che si aspettava.

Fabrizio Corgnati