Freddato in chiesa: la storia di Don Peppino Diana

Don Peppino Diana
Don Peppino Diana (foto dal web)

Don Peppino Diana era il parroco della chiesa San Nicola da Bari di Casal di Principe, centro vicino Aversa, in provincia di Caserta. Il 19 marzo del 1994 è stato freddato da cinque colpi di pistola a seguito della sua lotta contro la camorra.

Don Giuseppe Diana, più noto semplicemente come Don Peppino, venne assassinato all’interno della sua parrocchia il 19 marzo del 1994. Il prete venne raggiunto da 5 colpi di pistola esplosi dalla mano oscura  della camorra la quale non gradiva la sua lotta contro la mafia. Don Peppino, a testimonianza del suo grande impegno contro la camorra, scrisse anche un documento  “Per amore del mio popolo non tacerò” in cui descriveva la camorra come “una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana“.

Chi era Don Peppino Diana: la storia del sacerdote eroe

Giuseppe Diana nacque a Casal di Principe il 4 luglio del 1958. Dopo i primi studi ad Aversa decise di iscriversi in seminario, più precisamente a Posillipo presso la Pontificia facoltà teologica dell’Italia Meridionale. Si laureò nel 1982 in Filosofia presso la nota Università Federico II di Napoli. il 19 settembre del 1989 divenne il nuovo parroco della parrocchia di San Nicola di Bari a Casal di Principe. È lì che tutto ebbe inizio e fine. Don Peppino cercò di smuovere la coscienza dei suoi concittadini, invitandoli a ribellarsi alla camorra: questo atteggiamento rivoluzionario gli causò la morte. Il 19 marzo del 1994 Don Peppino, infatti, venne ucciso all’interno della sacrestia della sua chiesa, mentre stava per celebrare la messa.

Il processo per la morte di Don Peppino: le sentenze di condanna

Il processo contro gli assassini di Don Peppino iniziò subito con numerosi depistaggi. La strategia di chi aveva ucciso il prete era quella di farlo passare non per uno che combatteva la mafia, ma di uno che ne faceva parte a pieno titolo. Roberto Saviano ha scritto: “Accuse inverosimili, risibili, per non farne un martire, non diffondere i suoi scritti, non mostrarlo come vittima della camorra ma come un soldato dei clan…Così distruggere l’immagine di don Peppino Diana è stata una strategia fondamentale”. Per l’omicidio venne condannato all’ergastolo il camorrista Nunzio De Falco il 30 gennaio del 2003, individuato quale mandante dell’omicidio. Giuseppe Quadrano, affiliato alla famiglia De Falco ed esecutore materiale del delitto ad anni 14 di reclusione. Il 4 marzo del 2004 la Cassazione ha confermato la condanna all’ergastolo anche nei confronti di Mario Santoro e Francesco Piacenti, secondo i giudici coautori dell’omicidio di Don Peppino Diana.