Poteva salvarsi con trapianto: donatore non si presenta

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Giuseppe Pustorino (foto dal web)

Un giovane medico di soli 40 anni è morto a Bergamo a seguito di una rara ed aggressiva patologia: leucemia mieloide acuta. L’uomo avrebbe potuto salvarsi, ma il donatore di midollo non si è presentato il giorno previsto per il trapianto.

Giuseppe Pustorino, neurologo di 40 anni di origine calabrese, è morto lo scorso 28 novembre a Bergamo a causa di una grave malattia: leucemia mieloide acuta diagnosticata nel luglio 2017. La sua, però, non è la storia di chi inerme avrebbe dovuto attendere inevitabilmente la morte; Giuseppe grazie ad un trapianto si sarebbe potuto salvare. La patologia di cui era affetto il medico, grazie ad un trapianto di midollo, non l’avrebbe condotto alla morte. Dopo innumerevoli ricerche era stato individuato un donatore compatibile all’80%, era stata anche fissata la data del trapianto, solo che il giorno stabilito per l’operazione la persona che avrebbe potuto salvargli la vita non si è presentata in Ospedale.

Le parole dei familiari: “Il trapianto era l’unica speranza di guarigione”.

A distanza di tre mesi dalla morte di Giuseppe, la ferita scavata nei suoi familiari è ancora viva. La delusione per non aver visto arrivare il donatore il giorno previsto per il trapianto li ha lasciati amareggiati.
Pietro Pustorino, fratello del medico scomparso, spiega al quotidiano Il Giorno di Bergamo: “Non so se con quel trapianto mio fratello si sarebbe salvato. Non voglio che ora si scateni una caccia alle streghe o la ricerca a tutti i costi di un capro espiatorio, però quel giorno è come se mio fratello fosse morto due volte(…)Se uno si offre come donatore, poi non si può tirare indietro, non può non presentarsi all’ultimo: deve andare sino in fondo, perché c’è in ballo la vita di una persona”. Dolore misto a rabbia, questo è ciò che emerge dalle parole del fratello di Giuseppe, il quale ha dovuto assistere inerme a ciò che stava accadendo. Ed è proprio su questa terribile circostanza che si incentra l’intervista rilasciata al Quotidiano.net della sorella di Giuseppe, Maria Cristina. Alla domanda del suo intervistatore “Cosa resta della tragedia di suo fratello Giuseppe?” la donna risponde: “Il rammarico, il senso di impotenza per non averlo potuto aiutare. Non esistono inibitori efficaci per la sua forma di leucemia, il trapianto era l’unica speranza di guarigione ma non è andato a buon fine”. La risposta però più dura arriva dopo la domanda che la interrogava circa una sua considerazione sui donatori che decidono di tirarsi indietro, Maria Cristina non ha dubbi: “Devono sentire il peso di condannare a morte una persona. Il percorso con la donazione del mio midollo è andato male, ma si è dato una speranza di vita concreta. Non si può tornare indietro in quelle scelte, si deve sentire il peso sulla coscienza”.