La Cassazione: spiare l’account del partner è sempre reato

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Tribunale (Getty Images)

La Quinta sezione penale della Corte di Cassazione ha stabilito che accedere all’account social del proprio partner è sempre reato, anche quando a comunicare le credenziali è stato il partner stesso.

La Corte di Cassazione è tornata ad esprimersi sul mondo dei social network relativamente alla privacy. Con una sentenza la Quinta sezione penale della Corte di Cassazione ha stabilito che accedere all’account Facebook del  proprio partner senza essere stati autorizzati integra il reato di accesso abusivo ad un sistema informatico ex articolo 615 ter del Codice Penale. La condotta illecita si verifica anche se la password per l’accesso è stata fornita dallo stesso partner.

La Corte di Cassazione: accedere all’account del proprio partner è sempre reato

La Corte di Cassazione è intervenuta nuovamente sulla privacy legata ai social network. Nello specifico la Corte si è espressa in merito ad un ricorso presentato da un uomo siciliano condannato nei primi due gradi di giudizio per aver effettuato l’accesso all’account Facebook della sua ex-moglie senza esserne stato autorizzato. L’uomo possedeva la password dell’account della moglie perché era stata quest’ultima a comunicargliela quando i due erano ancora sposati. L’uomo una volta ottenuta la password, sospettando che la moglie intrattenesse una relazione extraconiugale, è entrato nel profilo della partner entrando in possesso e fotografando alcune chat tra la donna ed il presunto amante. Una volta scoperto queste chat ha modificato la password del profilo per impedire alla moglie di potervi fare nuovamente accesso. La storia della coppia siciliana è finita prima davanti al giudice per la separazione e successivamente al Tribunale di Palermo, il quale ha condannato il comportamento dell’ex marito. L’uomo è stato condannato sia in primo grado che in Corte d’appello per accesso abusivo a sistema informatico ed ha poi successivamente presentato ricorso in Corte di Cassazione sostenendo che il suo accesso all’account della moglie non era avvenuto abusivamente, dato che le credenziali gli erano state fornite dalla stessa partner. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso affermando che nonostante fosse stata la moglie a fornire la password del profilo Facebook, non è escluso il carattere abusivo della condotta dato che l’uomo ha ottenuto risultati contrari alla volontà della persona offesa e proprietaria dell’account, violandone la privacy. Secondo le motivazioni della Corte di Cassazione, dunque, accedere al profilo del proprio partner, pur avendo ricevuto le credenziali spontaneamente, integra la fattispecie di reato di accesso abusivo ad un sistema informatico. Tale condotta illecita ex articolo 615 del Codice Penale prevede una pena fino a tre anni di reclusione, i quali possono divenire fino a 5 anni se commesso da un pubblico ufficiale, o da chi utilizza armi o usa violenza su cose o persone o infine da chi “provoca la distruzione o il danneggiamento del sistema informatico o telematico violato o delle informazioni, dei testi e delle immagini in esso contenuti“.