Formula1: evasione fiscale da 50 milioni, arrestato imprenditore veneto

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Formula1: evasione fiscale da 50 milioni, arrestato imprenditore veneto

Dopo l’inchiesta di Monza, anche la Procura di Milano scopre un altro giro di fatture gonfiate per sponsorizzazioni in Formula 1: medesima la finalità, evadere il fisco. Come riporta Gazzetta.it il meccanismo era il solito, basato su passaggi transnazionali di soldi che partivano dall’Italia, transitavano per Londra fino ad arrivare in Cina, dove si poteva contare sulla complicità di imprenditori locali.

E’ questo il risultato delle indagini coordinate dal pm milanese Elio Ramondini e condotte dal Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Milano. Indagini che hanno tratto in arresto D.C, 45 anni, consulente finanziario originario del Veneto, ma da anni residente a Londra. L’evasione appurata sarebbe di circa 50 milioni di euro realizzata attraverso l’attività di 7 società italiane, con sedi a Milano e Roma, incaricate da Castello e dai suoi complici di emettere fatture per operazioni inesistenti nel settore delle sponsorizzazioni sportive, in particolare della F.1.

Il sistema Italia-Londra-Cina

Un sistema illecito ben collaudato di cui avrebbero beneficiato oltre trenta società, che avrebbero annotato nelle loro scritture contabili false fatture per quasi 50 milioni di euro, abbattendo in modo significativo la propria base imponibile. Le sovrafatturazioni equivarrebbero a più dell’80 per cento dell’importo indicato nelle fatture fittizie, confluite poi nelle dichiarazioni fiscali presentate tra il 2012 e il 2016 dalle stesse imprese beneficiarie. Solo il 20 per cento sarebbe stato usato per la sponsorizzazione.

Il sistema prevedeva il pagamento totale delle fatture gonfiate da parte delle imprese beneficiarie attraverso bonifici bancari che passavano sui conti delle società inglesi di D.C. che, per far perdere traccia del denaro, le avrebbe girate, al netto di una provvigione, su conti correnti di società cinesi attive nel settore del commercio internazionale. Ottenuto l’accreditamento di tali somme, i rappresentanti delle imprese cinesi avrebbero dato via liberi ai loro connazionali in Italia, titolari a loro volta di micro-aziende sparse tra Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, a consegnare il contante «rastrellato» all’interno della propria comunità agli indagati, tutti italiani.