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Jean Todt e Michael Schumacher (©Getty Images)

Uno dei momenti più emozionanti della cerimonia dedicata alla prima Hall of Fame della storia della F1 svoltasi lunedì sera a Parigi è stato certamente quello della consacrazione di Schumacher. Il sette volte iridato, in condizioni difficili dopo l’incidente sugli sci del 29 dicembre 2013, è stato nuovamente rappresentato dalla manager personale Sabine Kehm che dopo aver ringraziato per il riconoscimento ed espresso il proprio onore per aver potuto presenziare ad una manifestazione senz’altro amata da Michael, ha preferito lasciare la parola a Jean Todt, amico del tedesco e traghettatore assieme a Ross Brawn della Ferrari dominatrice dal 2000 al 2004.

“Ci manca tantissimo perché è una persona molto speciale. Lo è per il mondo dei motori e lo è per me a livello umano”, ha dichiarato il Presidente FIA prima di partire con un flusso di ricordi di quel magnifico periodo a Maranello che aveva portato al tifo pazzo anche i più scettici delle quattro ruote. “Da ragazzo timido quale è, tra parentesi spesso questa sua caratteristica è stata scambiata per arroganza, sommessamente, un giorno, quando stava per iniziare la stagione 2001, nonostante fosse campione del mondo, mi chiese: ‘Mi permettete di effettuare un test a Fiorano per assicurarmi di essere ancora in grado di guidare?. Voleva dimostrare a sé stesso di essere sempre al 100% e allora glielo concedemmo. Schumi era così. Sempre pieno di dubbi, che fosse un buon pilota o meno. Alla fine fece la sua prova e ovviamente andò bene”.

Con una certa commozione il boss transalpino ha quindi voluto condividere un ultimo episodio accaduto l’anno prima, un frangente che avrebbe segnato il destino del Circus moderno. “Nel 2000, dopo 21 di attesa, la Ferrari era tornata ad essere al top con Michael. Mentre lo stavo accompagnando al podio gli dissi: “La nostra vita non sarà più la stessa”. Chiaramente quel giorno a Suzuka, è stato il momento più forte della mia carriera”, la sua conclusione.

Chiara Rainis