Giacobazzi: “Villeneuve sfidava sempre i suoi limiti”

Gilles Villeneuve (Getty Images)

Il 16 luglio 1977, praticamente 40 anni fa, Gilles Villeneuve faceva il suo esordio in Ferrari. Il canadese ad oggi resta uno dei piloti più amati nella storia del Cavallino Rampante. Enzo Ferrari decise di scommettere su di lui dopo l’addio di Niki Lauda. I rapporti con l’austriaco erano tesi da tempo e al Drake non andava proprio giù che i media mettessero in luce più la bravura di Lauda, che la grandezza delle sue Ferrari.

Ferrari vede sin da subito in Gilles Villeneuve quel talento puro e quella voglia di vincere sempre e comunque che lui tanto apprezzava nei piloti. Il canadese non riuscirà mai a vincere un mondiale, ma la sua prematura morte e i suoi spettacolari duelli in pista lo hanno riconsegnato alla leggenda della Formula 1.

Si aspettava qualcosa in più da Ferrari

Tra gli uomini chiave dell’ascesa di Gilles Villeneuve c’è Antonio Giacobazzi, amico e sponsor del pilota Ferrari, che sulle pagine di “Repubblica” ha dichiarato: “Io ero molto amico di Gilles, i nostri figli erano coetanei e giocavano insieme. Una volta gli chiesi cosa facesse nel tempo libero e mi sbalordì. Mi disse che saliva in montagna con la sua Jeep, ancorava un cavo  sotto il cofano dell’auto ad un albero, si calava giù dal dirupo e cercava poi di risalire aiutandosi con il verricello”.

A quanto pare Gilles Villeneuve viveva per il brivido del pericolo e per esplorare i propri limiti. Giacobazzi, infatti, ancora continua: “Aveva una Ferrari 308, quando arrivava a Maranello, invece, di parcheggiare facendo manovra, arrivava in testacoda infilandosi tra due macchine”.

Giacobazzi ha poi raccontato anche gli ultimi giorni prima della morte di Gilles Villeneuve: “Lui e Pironi erano d’accordo per dare spettacolo a Imola, ma il francese alla fine non lo fece vincere e lui si arrabbiò tantissimo, prese l’elicottero e lo lasciò a piedi. Gilles si aspettava un intervento di Enzo Ferrari, ma lui pensava che l’importante era che avesse vinto una Ferrari”.

Antonio Russo