Intervista esclusiva all’ex ingegnere Ferrari Luigi Mazzola

Luigi Mazzola (©Luigi Mazzola Official)

A poche ore dall’inizio delle prime prove libere del GP d’Australia. Appuntamento d’apertura di un mondiale 2017  ricco di novità tecniche, attese come una manna nella speranza del ritorno allo spettacolo. Abbiamo parlato con Luigi Mazzola. Uno che di motori e di F1 se ne intende, avendo mangiato pane e Ferrari dal 1988 al 2009.

Dopo le due settimane di test invernali a Barcellona che idea si è fatto delle forze in campo?

Oggi si può dare un parere soltanto sulla base delle percezioni. Ad ogni modo Mercedes e Ferrari mi sono sembrate sullo stesso piano, ma nettamente superiori alla concorrenza. Perlomeno in termini di affidabilità e prestazione. Molto ampio si è dimostrato il gap su Force India e Williams. Leggermente meglio Red Bull. La scuderia austriaca, ha accusato parecchi problemi, per cui è difficile giudicare, ma sono certo saprà riprendersi e far esplodere il proprio potenziale.

Mark Webber ha dichiarato che secondo lui a trionfare a Melbourne sarà Sebastian Vettel. Lei cosa ne pensa?

La Ferrari è partita bene, dunque potrebbe essere. Per ora comunque si sa troppo poco per avere un quadro chiaro. A mio avviso dal punto di vista dell’affidabilità la SF70-H è a posto, ma la performance pura è ancora da verificare. Però magari lui ha qualche informazione in più…

E’ possibile che la Mercedes si sia nascosta finora?

Sul giro singolo è probabile. Io stesso lo avrei fatto. Perché mai scoprire subito le proprie carte? Va inoltre tenuto presente che il riscontro cronometrico viene influenzato dal quantitativo di benzina a bordo. Ma per quanto concerne le simulazioni di gara non avrebbe senso. In quel caso si dà tutto ciò che si ha in termini di potenza. E difatti le Frecce d’Argento si sono dimostrate decisamente competitive sulla distanza.

Gli alti e bassi vissuti dalla Ferrari nel recente passato, potrebbero essere imputati a chi era al volante, come sostenuto da alcuni?

No non credo proprio. Sulla griglia attuale si equivalgono più o meno tutti, salvo Fernando Alonso che in un certo senso considero un outsider e Max Verstappen. A mio parere Kimi Raikkonen e Sebastian Vettel sono due ottimi rappresentanti.

Proprio a tal proposito, nella sua lunga carriera ingegneristica a Maranello ha avuto la chance di lavorare con tanti piloti importanti. Secondo lei qual è stato il più completo?

E’ difficile parlare di completezza. Ognuno ha delle sue caratteristiche meravigliose. La grande differenza tra ieri e adesso è che prima c’erano un livello di capacità, fame e voglia di vincere impareggiabili. Alain Prost, Michael Schumacher e Ayrton Senna non sono esattamente facili da emulare. Inoltre un tempo era più semplice entrare nel Circus perché c’erano in ballo meno sponsor e soldi, e il livello di competitività era molto alto. Ora invece la capacità o meno di portare denaro ha svilito la qualità. Tenuto presente che è quasi impossibile definire un migliore in assoluto, il mio cuore farebbe il nome di Prost. Ho iniziato con lui e lo considero il capostipite della mia formazione. Colui che mi ha insegnato cos’è la F1. Questo tema sarà presente anche in un mio libro che uscirà a breve. Sul fronte Schumi, invece, stiamo parlando di un sette volte iridato che viveva per due cose soltanto: la famiglia e le corse. Dedicato, dalle grandi doti di guida e dall’enorme capacità di portare al limite qualsiasi mezzo.

E invece per quanto concerne i ragazzi in pista oggi?

Fernando Alonso ha dimostrato quando poteva di saper fare la differenza. Io l’ho vissuto di persona nelle battaglie con Schumi. E’ uno che non demorde, è intelligente e possiede un’incredibile visione di gara. Non sempre però ha avuto la possibilità di guidare auto competitive. Anche Max Verstappen è tanta roba. Ha determinazione, abilità, è senza scrupoli ed è aggressivo. Non appena arrivato è riuscito a vincere pur avendo un compagno di team come Daniel Ricciardo che non è certo un fermo.

Parlando di Fernando, viene automatico pensare alla McLaren e ai suoi tanti grattacapi legati ad un motore Honda ormai da tempo poco affidabile e non competitivo. Lei si aspettava queste difficoltà da parte dei nipponici?

No assolutamente. Non so cosa sia successo o cosa stiano facendo, ma è indecente, improponibile, inimmaginabile, inqualificabile. Non può essere che siano ad un livello così basso. Magari i test sono stati negativi e durante il campionato strabilieranno. Però oggi il quadro pare decisamente nero. Tra l’altro le mancanze a livello di propulsore possono coprire parecchi difetti di una vettura. Non poter spingere al limite significa non stressare a dovere la monoposto e di conseguenza bloccare lo sviluppo. Creando un doppio punto interrogativo: power unit e macchina.

Infine, negli ultimi anni si è interessato molto al mental coaching. Che rilevanza ricopre l’aspetto mentale in F1? Il fisico la fa ancora da padrona?

Quest’anno essere ben preparati sarà importante soprattutto in qualifica alla luce di auto più performanti. Ma anche la testa è fondamentale. Diciamo che un pilota è facilitato in questo senso perché vive costantemente il pericolo e ciò lo induce a concentrarsi sul presente. Diversamente, ad esempio un tennista, deve allenarsi molto, perché i match sono densi di disturbi esterni e non si avverte il rischio. Altro aspetto cruciale per chi è in F1 è il lavoro al box, in particolare il raffronto con il proprio compagno. Se questo va più forte il pilota pensa che sia un problema suo e della propria macchina. A quel punto deve intervenire l’ingegnere di pista per metterlo nelle condizioni di essere il placebo di sé stesso e portarlo ad un elevato stato di risorsa. D’altronde i piloti sono gli elementi più deboli della catena dal punto di vista psicologico perché fortemente motivati e determinati a raggiungere un obiettivo. In sintesi sono on-off. Difficilmente hanno un approccio equilibrato. Per cui il compito dell’ingegnere è anche quello di garantire che al volante siano sempre al massimo. Creando aspettative e rassicurando circa le qualità della macchina.

Chiara Rainis