“Ho dimenticato mia figlia in auto, sono responsabile della sua morte”

bambino-auto-soleIn un articolo apparso su ‘Giallo’ Michela Cervasio, 37 anni, racconta la tragedia della morte di sua figlia Gaia, poco più di un anno, dimenticata nella sua Ford Focus sotto al sole. Secondo gli esperti la donna ha subito un’amnesia dissociativa.

“Ero sicura di aver lasciato Gaia felice all’asilo, di averla salutata come sempre con un bacio e invece era sempre lì, nel seggiolino sul sedile posteriore, dormiva, sognava forse”, ha raccontato giorni fa mamma Michela. E adesso non sa darsi pace per quel vuoto di memoria imperdonabile che lascerà un segno incancellabile nella sua vita.

“L’ho uccisa, l’ho dimenticata in auto, sono io la responsabile della morte di mia figlia. Ero sicura di aver lasciato Gaia felice all’asilo, di averla salutata come sempre con un bacio e invece era sempre lì, nel seggiolino sul sedile posteriore, dormiva, sognava forse”.

 

Un tragico vuoto di memoria

La signora Cervasio e suo marito Stefano Onida, residenti in provincia di Livorno, ogni mattina si svegliano alle 3,30 per aprire la pescheria. La giornata lavorativa prosegue dopo aver portato la figlia più grande al campo estivo e la piccola all’asilo nido, due abitudini che erano divenute talmente di routine da dimenticarle, imprimendosi nella sua mente come azioni già compiute. In pratica la donna ha avuto un vuoto di memoria dovuto alla routine, allo stress, al dover pensare a cento cose insieme. Era convinta di aver accompagnato la piccola Gaia all’asilo, ma dopo quattro ore si accorge di averla dimenticata in auto, “aveva un battito cardiaco di 220 battiti al minuto e una temperatura di 42 gradi”.

Inutile la corsa in ospedale, le condizioni sono apparse subito molto gravi, i danni neurologici erano irreversibili e i genitori hanno acconsentito alla donazione degli organi. La piccola Gaia è morta nel sonno e per i genitori comincia un dramma che non avrà mai fine, un dramma che continua a ripetersi inspiegabilmente per chi non lo vive, tragicamente per chi lo vive sulla propria pelle.