Intervista al dottor Michele Zasa, come funziona la Clinica Mobile

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Il dottor Michele Zasa ha appena 37 anni ma è un autentico libro di racconti sulla MotoGP e la Superbike. Dopo aver collaborato per tre anni al fianco dello storico fondatore della Clinica Mobile, il dott. Claudio Marcello Costa, ha preso in mano le redini dell’impianto medico riservato ai piloti portando avanti un lavoro unico e raro, in giro per il mondo, al servizio della salute dei piloti, degli uomini del paddock e persino dei giornalisti costretti alle lunghe trasferte per seguire i Gran Premi.

Bastano poche parole per capire che il dottor Zasa ha un carattere sempre aperto e disponibile con tutti, un uomo a cui viene troppo spontaneo tendere la mano e dire grazie. Non per altro la Clinica Mobile non solo è divenuto un centro medico, ma un punto di ritrovo dove i piloti possono stare tranquilli, chiacchierare, lontani dai manager, dalle telecamere, dai colleghi di box. Una casa, una famiglia, una sicurezza in caso di necessità… la Clinica Mobile è questo e molto altro. Non a caso abbiamo raggiunto il dottor Michele Zasa per un’intervista esclusiva rilasciata a Tuttomotoriweb.

 

Nel 2015 avete effettuato 3.000 interventi. Considerando che non siete in pista 365 giorni all’anno è un numero incredibile. Come è possibile realizzare una simile mole di lavoro?

In realtà abbiamo fatto oltre 10.000 interventi, quasi 3.000 sono stati gli interventi medici, però ci sono stati anche tutti gli interventi fisioterapici che sono stati quasi 8.000. Sicuramente tantissimo lavoro, sia medico che fisioterapico. Inoltre non siamo sempre in pista, ma siamo subito dopo la pista, quindi appena escono dalla pista ci siamo noi, i piloti hanno fiducia in noi, quindi è normale che quando lavori bene, sei credibile e ti dedichi ai piloti è normale che vengano tutti a trovarti e darti la mano.

Per noi è un grande piacere avere questi numeri, è un segno indiretto che stiamo lavorando bene e nella giusta direzione. Ci vuole tanta passione prima di tutto, perchè se no non riesci a sostenere questo impatto di lavoro. Al di là della passione abbiamo dei bravi professionisti selezionati attentamente e che sanno lavorare bene in gruppo per ottimizzare il lavoro. Poi abbiamo preso una serie di accorgimenti che ci stanno aiutando molto, a partire dalla cartella clinica elettronica che abbiamo introdotto l’anno scorso o la gestione degli appuntamenti attraverso una app che introdurremo quest’anno a metà stagione.

 

Ci può descrivere lo staff della Clinica Mobile?

Lo staff della MotoGP durante i GP conta 6-7 fisioterapisti a seconda della gara, in Europa abbiamo anche un radiologo con il camion per la radiologia, un camionista che conduce il camion per l’Europa e tre medici (ortopedici e rianimatori). In Superbike il team è quasi identico, ma ci sono due medici e non tre e meno fisioterapisti. Questi sono coloro che lavorano in pista, ma bisogna comunque pensare che c’è un pool di fisioterapisti che fanno un determinato numero di gare a testa. Quindi tra collaboratori in sede a Parma e collaboratori in gara contiamo una cinquantina di persone circa.

 

Cosa succede quando un pilota cade in pista?

La Clinica Mobile non fa il soccorso di emergenza come negli anni ’70, ma dopo i circuiti si sono giustamente organizzati con un servizio di emergenza, prendendo il pilota in pista e accompagnandolo in un centro medico locale. Quando un pilota viene portato in un centro medico locale i medici della Clinica Mobile sono presenti, traducono, aiutano i locali e supervisionano il servizio che viene dato. La Clinica Mobile subentra nella fase successiva di riabilitazione, di terapia del dolore, di consulenza ortopedica, di fisioterapia riabilitativa. In più abbiamo un ruolo di guardia medica per i piloti del paddock, come i medici di famiglia, perchè i piloti sono ragazzi che viaggiano quattro o cinque mesi l’anno lontano da casa, quindi spesso non hanno neanche tempo di andare dal loro medico di famiglia se hanno l’influenza, un raffreddore, una gastroenterite. Noi facciamo anche questo, sia per i piloti che per il resto del paddock, meccanici e giornalisti compresi.

 

C’è un circuito più ‘pericoloso’, che richiede maggior impegno, vuoi per l’alimentazione, per la distanza, per le difficoltà del circuito stesso?

Direi che circuiti pericolosi non ce ne sono o meglio li stanno eliminando tutti grazie ad un grande impegno della Dorna, in particolare dei consulenti, che nello specifico sono Loris Capirossi e Franco Uncini, quindi grazie anche ai lavori di miglioria dei circuiti e dei sistemi di protezione come caschi e tute la sicurezza è molto aumentata negli ultimi dieci-venti anni. Attualmente gli indici di mortalità legati alle moto sono paragonabili a quelli di altri sport considerati più sicuri, grazie anche ai miglioramenti sulle moto. E’ logico che a 300 km/h si cade tanto e magari ci si può fare una frattura, sicuramente l’infortunio è più frequente, ma la mortalità è equiparabile a quella di altri sport e questo è sicuramente molto importante, perchè non ci sto quando mi viene detto ‘sulle moto si può morire’. Si può morire anche in altri sport.

Ci sono dei circuiti più impegnativi, tipico esempio è la Malesia, dove ci sono condizioni climatiche estreme, con tanto caldo e umidità e il corpo viene messo maggiormente alla prova. Nella mia esperienza il Sachsenring ha un sacco di curve che sono particolarmente insidiose, la 1 e la 11, dove anche se non cadono in tanti il tipo di caduta è spesso un high-side proprio per la configurazione della curva. Quindi si vola verso l’alto e ricadendo ci si può far male seriamente alla clavicola ad esempio. In conclusione le statistiche sulle cadute non sono necessariamente correlate con la pericolosità del circuito..

 

Qual è stato il caso più difficile che ha trattato in Clinica Mobile?

Il più difficile umanamente ed emotivamente, anche se dal punto di vista medico c’era poco da fare e se non ero a capo della Clinica Mobile ma lavoravo per il dottor Costa, è quando è successo quel che è successo a Marco Simoncelli. Al di là di questo casi difficili da gestire direi la situazione di Jorge Lorenzo nel 2013,  quando si era rotto la clavicola ed era tornato a Barcellona per farsi operare e poi è tornato in circuito. Io ho seguito Jorge in aereo a Barcellona, ero in sala operatoria con lui, sono rientrato ad Assen con lui, l’ho infiltrato prima del warm-up e della gara. E’ stata una bella sfida sia per Jorge con se stesso, sia per me.

Sempre nello stesso anno Marc Marquez a Silvestone nel warm-up si lussò la spalla ed entrò in pista poche ore e concluse al secondo posto. Io ero presente quando arrivò con la spalla lussata e poi lo seguii con delle infiltrazioni prima della gara. Sono stati casi particolarmente impegnativi dove credo di aver fatto qualcosa di buono, ma alla base c’è sempre una ferma convizione del pilota che vuole correre. Senza di questo la Clinica Mobile non potrebbe fare miracoli, sicuramente abbiamo i nostri piccoli segreti, il know-how, sappiamo quel che facciamo, ma c’è un substrato che è un campione che vuole correre a tutti i costi.

 

E Valentino Rossi…?

Per fortuna, tocchiamo ferro e speriamo continui così, non gli sono capitati grossi infortuni ultimamente. Valentino è un pilota con tanta esperienza e riesce a cadere poco. Sin da quando era giovane non ha mai preso grossi rischi, se non quando era necessario, ed è un sintomo di intelligenza. Perchè avere 37 anni ed essere ancora lì a giocarsela vuol dire che non ha quasi mai preso infortuni eccessivi, si è saputo gestire in maniera intelligente, altrimenti non vinceva nove titoli mondiali. Li ha presi nel momento giusto e questo gli ha permesso di tutelarsi da un punto di vista fisico. Negli ultimi due anni abbiamo un ottimo rapporto, lo seguiamo come tutti, però non ha mai ricorso alla Clinica per problemi eclatanti. Ricordo solo nel 2014 quando a Brno si infortunò a un dito ma si risolse tutto bene, senza bisogno di chirurgia.

 

Luigi Ciamburro