Matthias Muller nuovo boss Volkswagen dopo lo scandalo emissioni

Matthias Mueller (Getty Images)
Matthias Mueller (Getty Images)

 

Come previsto, il consiglio di sorveglianza della Volkswagen ha nominato Matthias Müller nuovo amministratore delegato del colosso tedesco, in sostituzione di Martin Winterkorn. Müller, 62 anni (di cui 40 trascorsi nel gruppo, con una lunga parentesi in Audi) è attualmente numero uno della Porsche e conserverà anche il ruolo in Porsche fino alla nomina del successore, che dovrebbe essere Oliver Blume.

Vicino alla famiglia Porsche/Piëch e gradito ai sindacati, il noto e brillante manager ha dichiarato che “il mio primo compito è riconquistare la fiducia” persa per lo scandalo, sottolineando che “sotto la mia leadership, Volkswagen farà il possibile per adottare gli standard di governance più severi dell’intero settore”. E non c’è dubbio che di una nuova iniezione di fiducia ci sia bisogno, dopo uno scandalo che ieri lo stesso consiglio di sorveglianza ha definito “un disastro morale e politico”.

 

Il giro il poltrone

Entro poche settimane Volkswagen avrà anche un nuovo presidente, che prenderà il posto del “patriarca” Ferdinand Piëch: ai soci verrà proposta la nomina di Hans Dieter Pötsch, che potrebbe essere designato all’assemblea straordinaria convocata per il prossimo 9 novembre.

Nel giro di poltrone varato dal lungo consiglio di ieri (la seduta è durata sette ore) ce una nomina che interessa l’Italia: Luca De Meo, ex manager Fiat e attualmente responsabile vendite e marketing dell’Audi, diventa amministratore delegato della Seat, il brand spagnolo del colosso di Wolfsburg (e probabilmente entrerà anche nel board del gruppo). L’attuale numero uno della marca Skoda, Winfried Vahland, prenderà invece dal 1° novembre la responsabilità delle attività del gruppo negli Stati Uniti (Michael Horn, la cui poltrona era considerata a rischio, resta capo di Vw of America).

L’obiettivo generale è quello di promuovere una struttura manageriale più decentralizzata, che dia più potere ai brand e alle funzioni, evitando un’eccessiva concentrazione di potere nelle mani di un solo uomo.

 

Bruxelles nel mirino

A fare rumore, in queste ultime ore, sono soprattutto alcune rivelazioni che chiamano in causa i palazzi comunitari di Bruxelles. Questi ultimi ostentano infatti stupore e incredulità per lo scandalo dei motori diesel truccati, ma secondo quanto emerge dal rapporto del Joint Research Center dell’Ue illustrato ai vertici comunitari due anni fa, come riferisce il Financial Times in prima pagina, erano stati avvertiti sin dal 2013 (i primi dati risalgono al 2011) del pericolo per l’ambiente rappresentato da software e strumenti (peraltro illegali sin dal 2007) per alterare i risultati dei test inquinanti dei motori diesel.

Gli stessi programmi e marchingegni impiegati da Volkswagen e scoperti negli Usa erano dunque stati ignorati dai Ventotto, nonostante fossero stati messi in guardia dal Rapporto, che già allora suggeriva di effettuare i test sui gas inquinanti su strada e non dentro officine attrezzate solo a simulare l’andatura più o meno veloce delle auto. La portavoce dell’esecutivo comunitario Lucia Caudet ha comunque ribadito che la “Commissione non fa le veci della polizia” con le sue normative, anche se ”gli Stati membri hanno comunque l’obbligo di rispettare la legislazione della Ue, tra cui il divieto esplicito sui dispositivi della frode”.

 

Le ricadute dello scandalo

Quanto alla “caccia al responsabile”, non è ancora giunto alcun annuncio di rilievo su eventuali responsabilità: “Alcuni dipendenti sono stati sospesi dalle loro funzioni”, si legge nelomunicato del consiglio, ma non sono state confermate le indiscrezioni sull’uscita dal gruppo di alti dirigenti tecnici, e non è stata data alcuna informazione aggiuntiva sull’allontanamento dall’incarico di Martin Winterkorn e sulla sua eventuale liquidazione. Dal board uscirà solo Christian Klingler, responsabile vendite, “per divergenze sulla strategia di business” e – verosimilmente – per via del forte calo di vendite in Cina del 2015.

Sul fronte borsistico, ieri le azioni privilegiate Volkswagen (le più diffuse fra il grande pubblico) hanno perso un altro 4,3%, a quota 107,3 euro, e aumentano le cause contro l’azienda: dal un fondo pensione del Michigan a un gruppo di piccoli investitori olandesi. Secondo la Reuters, inoltre, la Bce ha sospeso l’acquisto di Abs comprendenti prestiti auto Volkswagen.

E mentre la Svizzera ha poi deciso – primo Paese europeo – di bloccare la vendita delle auto Volkswagen dotate del dispositivo “truccato”, il ministro tedesco dei Trasporti Alexander Dobrindt ha dato intanto una misura dello scandalo in Germania, dove “circolano circa 2,8 milioni di veicoli prodotti dal gruppo Volkswagen equipaggiati con il software che falsifica i livelli di emissioni”. Volkswagen, dal canto suo, ha dato mandato allo studio legale americano Jones Day di svolgere un’inchiesta indipendente. Secondo l’agenzia Bloomberg, l’intera operazione è stata gestita dalla Germania ed erano tecnici tedeschi a valutare i risultati dei test, intervenendo all’occorrenza. Il dipartimento alla Giustizia ha avviato un’indagine penale sul caso Volkswagen, e l’azienda ha detto di essere pienamente collaborativa.

Dall’Epa (l’ente americano per la protezione dell’ambiente), Chris Grundler, direttore dell’Office of Transportation and Air Quality, ha annunciato ulteriori misure per evitare le frodi nei test sulle emissioni delle automobili, al fine di “di individuare ogni tipo di dispositivi” simili a quelli utilizzati dalla Volkswagen. I costruttori sono già stati avvisati con una serie di lettere: l’Epa potrà testare una vettura “utilizzando cicli di guida e condizioni che si incontrano nell’utilizzo normale”, e avrà facoltà di introddurre dei test a sorpresa.

Secondo le prime stime delle possibili ripercussioni sul mercato dello scandalo Volkswagen, il sistema fiscale italiano rischierebbe un buco di oltre 700 milioni di euro. Il dato emerge da una elaborazione Adnkronos su eventuale calo di oltre il 30% nelle immatricolazioni degli ultimi mesi del 2015, dato considerato “plausibile” dagli esperti del settore.

Le associazioni dei consumatori italiani sono già sul piede di guerra, e hanno fatto sapere che metteranno in campo tutti gli strumenti a disposizione per ottenere prima i chiarimenti necessari dalla Casa tedesca e poi i risarcimenti a favore dei clienti italiani che ne possono derivare: diffide formali, richieste di incontro, pressing sul Governo e il Parlamento per accelerare sul fronte della class action.