La “saga” dei Falaschi tra moto e circuiti: “Fummo ‘bruciati’ da Valentino Rossi”

(foto Facebook)
Umberto Falaschi (foto Facebook)

 

Il cognome Falaschi non è certo sconosciuto agli appassionati di motociclismo del nostro paese (e non solo). La dinastia di Collesalvetti ha infatti attraversato i circuiti di tutta Italia, pur mantenendo sempre la propria “base ” nella cittadina della provincia di Livoerno.

A iniziare la “saga” dei Falaschi nel settore motoristico è Enrico, 70 anni, da mezzo secolo impegnato a elaborare propulsori sofisticati e potenti (con un’affinità elettiva per la Suzuki, di cui il suo negozio è concessionario ufficiale), ma il testimone è già passato al figlio Umberto, 41 enne, con più di trent’anni di corse alle spalle e un secondo posto nella classifica del campionato italiano Master, classe 600 cc. Open, dopo i brillanti piazzamenti di domenica scorsa sul circuito di Varano, in provincia di Parma (2° e 3°).

 

La stoffa del Dottore

Una carriera, quella di Umberto Falaschi, che comincia da lontano, e – cosa forse più interessante per i lettori di Tuttomotoriweb – è in qualche modo legata a quella di Valentino Rossi.

“Avevo 15 anni – racconta Umberto al Tirreno -. Ero a bordo pista, dopo la mia prova, un concorrente sbanda in un punto dove non si sbanda mai, mi falcia e mi ritrovo con tibia e perone spezzati. E persi un anno”.

Dopo lo stop forzato, “riprendo nel campionato italiano di mini moto, mi metto alle spalle anche Valentino Rossi, Melandri e Sanna e mi arriva la possibilità di iniziare la carriera da professionista con una casa bolognese – continua Umberto – . Andai con mio padre per gli accordi, ci fidammo della stretta di mano – perché noi siamo così – ma fummo ‘bruciati’ da Rossi e restai al palo”.

Dopo tante altre gare in pista, tra gioie e delusioni, arriva il tanto atteso appuntamento con una corsa importante, a Misano. “Sul rettilineo mi capita un guasto al freno anteriore che d’improvviso fa impennare la moto, volo e quando atterro mi ritrovo entrambe i piedi fratturati…”, ricorda Umberto. Dopo il secondo stop forzato, la “disavventura” continua con una caduta a Vallelunga (clavicola, costole) e la rottura di un dito della mano in allenamento al Mugello, dove sarebbe partito da favorito.

Di qui l’addio al professionismo. “La passione c’è e resterà per sempre – assicura Falaschi – . Però ho più tempo da dedicare all’attività di famiglia. Ma siamo e restiamo comunque un team organizzato che tra l’altro cura le moto anche di altri piloti. Mio padre è il regista, poi ci sono il capo meccanico Giovanni Brandoli e Jonathan Panella, cresciuto in officina”.

Il lavoro con le moto gli ha permesso di restare a contatto con tutti i suoi miti: da Max Biaggi a Jorge Lorenzo, passando per l’indimenticabile Marco Simoncelli, che Umberto descrive come “un ragazzo addirittura timido quando scendeva dalla moto…”.

Quanto a lui, è ancora in lotta per il titolo: “Il secondo posto in classifica mi gratifica, però mi ritirerò solo dopo che avrò vinto il campionato Master 600 Open”, conclude. La stessa stoffa del Dottore.