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MELANDRI LASCIA LA MOTOGP – Dopo 13 anni di Motomondiale, Marco Melandri ha deciso di passare in SBK con la Yamaha ufficiale, in una sfida nuova e complicata. In questa intervista, Marco fa il bilancio della sua carriera.

E’ un pilota dal talento straordinario, ma un po’ fragile psicologicamente. Adesso, dopo 13 anni di Motomondiale, Marco Melandri ha deciso di passare in SBK con la Yamaha ufficiale, in una sfida nuova e complicata. In questa intervista, Marco fa il bilancio della sua carriera.


Hai fatto 205 GP nel motomondiale: ti ricordi il primo?
«Certamente. Era il 1997 e ho preso parte al GP della Rep.Ceca a Brno come wild card. Un fine settimana difficile: due giorni di prove con il bagnato e poi la gara con l’asciutto. Allora sognavo di fare 10 anni di mondiale, adesso sono al 13esimo e spero di correre per altri 10 stagioni… Ho avuto una bella carriera, anche se avrei potuto raccogliere qualcosa in più: ma, a volte, conta essere nel posto giusto al momento giusto».

Ventidue vittorie in totale – 7 in 125, 10 in 250 e 5 in MotoGP -: ti ricordi la prima?
«Chiaro, me le ricordo tutte! Avevo 15 anni, era il GP d’Olanda (1998, nda) ed è stata una gara incredibile: ho superato Sakata, prima all’esterno del curvone veloce, poi in staccata all’ultima variante. Ancora adesso credo che sia stato uno dei sorpassi più belli della mia carriera».
Qual è stata la vittoria più bella?
«La gara dell’Australia del 2002 con Nieto (in quella occasione, Melandri conquistò anche il titolo mondiale della 250, nda) è stata una delle più emozionanti in assoluto, perché ci siamo sorpassati quattro volte nell’ultimo giro: sono passato per primo sotto la bandiera a scacchi per soli 7 millesimi!».
E tra le cinque della MotoGP?
«Sicuramente la prima, quella in Turchia del 2005, ha un significato speciale: venivo da due anni difficili, ma con la Honda del team Gresini ho fatto una stagione incredibile e in quella occasione credo di aver battuto il miglio Valentino Rossi di sempre, perché in quell’anno stava per fare il primato di successi stagionali. Ma io l’ho fermato conquistando gli ultimi due GP».
Poi hai fatto 62 podi e 9 pole position, ma nemmeno una in MotoGP: come mai?
«In qualifica non sono mai stato super veloce. Potevo conquistarla in Turchia nel 2005, ma ho sbagliato al curvone da sesta e ho fatto secondo per un decimo. Nel 2006, nelle ultime due gare, ho scoperto che i piloti ufficiali avevano la gomma da tempo anche per l’anteriore: mi è stata data una volta e ho subito conquistato la prima fila. Secondo me la Michelin non aveva un trattamento equo, anche se, fortunatamente, per le gomme da gara c’era meno differenza».

Qual è stata la tua stagione più bella?
«Come risultati, direi il 2006 in MotoGP, perché ho vinto una gara in più rispetto al 2005 (3 contro 2, nda) e come punti sono stato più vicino a conquistare il mondiale rispetto al 2005 (quando arrivò secondo in campionato, nda). In quell’anno sono stato penalizzato molto dalla caduta in partenza a Barcellona, e nelle ultime due gare della stagione, quando già si sapeva che nel 2007 avrei voluto correre con la Bridgestone, di fatto non abbiamo avuto un trattamento equo da parte di Michelin».


La più brutta? Quella del 2008 con la Ducati o quest’ultima con la Honda?
«Da una parte quella con la Ducati, dall’altra questa perché ero sicuro di poter tornare a far bene, invece non ho più ritrovato la Honda che conoscevo. E’ stato difficile, anche perché ho visto le RC212V ufficiali crescere, mentre a ogni nostra richiesta veniva risposto no. E’ stato frustrante lottare con piloti che io ritengo inferiori a me e in tutto l’anno non ho fatto nemmeno un sorpasso in frenata: quello che è sempre stato il mio punto di forza è diventato il mio punto debole».
Con la Ducati invece è stata la delusione più grande? Immagino che con quella moto l’aspettativa fosse ancora maggiore a quella di quest’anno…
«Il feeling con la moto non era dei migliori, ma credo che l’aspetto più difficile sia stato l’ambiente e il rapporto con le persone. Sono arrivato nel momento sbagliato: Stoner era campione del mondo, ma io avevo firmato il contratto ancora prima (nel 2007, nda) e guadagnavo più di lui. Chiedevo grandi cambiamenti, quindi molto dispendiosi, e capisco che Ducati non potesse farlo e alle mie prime lamentele era più logico pensare che il problema fosse mio. Mi hanno anche mandato dallo psicologo, ma non è cambiato nulla e soltanto nel 2009 mi sono preso qualche rivincita, perché Hayden aveva i miei stessi problemi e quando gli hanno dato le cose che io chiedevo è cominciato ad andare meglio».
In questi 13 anni è cambiato di più il Motomondiale o Marco Melandri?
«Io credo di essere cambiato in base all’esperienza e all’età, mentre il Motomondiale è cambiato tantissimo: purtroppo adesso l’ambiente è molto freddo. E’ vero che la mancanza di risultati mi fa vedere negativo tutto quello che mi sta attorno, ma nel paddock non mi sento più a mio agio, mi sembra di essere fuori luogo. Anche questo mi ha fatto cercare nuove sfide ed esperienze in SBK».
C’è qualcosa che non rifaresti assolutamente?
«No, perché anche le esperienze negative mi hanno formato. Mi sarebbe piaciuto avere più potere nelle decisioni, poter cambiare quello che volevo cambiare. Se così fosse stato, sono sicuro che in Ducati avrei potuto essere competitivo, che la Kawasaki non sarebbe stata una brutta moto e sono sicuro che quest’anno in Honda avrei potuto fare molto meglio. Adesso quello che conta è il pacchetto in generale».
Cosa ti aspetti dalla SBK (Melandri la proverà giovedì prossimo qui a Valencia)?
«Sinceramente non lo so. So che sarà una moto più pesante, con freni in acciaio che io non ho mai usato nella mia carriera; mi aspetto una stagione difficile, ma combattuta. Quest’anno hanno vinto quasi tutte le moto, tranne BMW: un dato che mi dà una bella carica, anche se sono consapevole che ci sarà da lottare. Sono motivatissimo, a me piace la battaglia e sono sicuro di avere la moto giusta e un team che conosce i miei punti forti e quelli deboli. Avrò un trattamento da top rider e sono sicuro di poter rendere da top rider».
Torniamo un attimo alla MotoGP. Martedì Rossi salirà sulla Ducati e Stoner sulla Honda: da appassionato, quali di questi cambiamenti ti incuriosisce di più?
«Credo che il sogno di tutti i tifosi italiani sia di vedere Valentino sulla Ducati. Spero però che non spariscano definitivamente gli altri piloti: già adesso, la Moto GP in Italia è solo Valentino Rossi e averlo sulla “rossa” sarà un monologo. Spero che si riesca a mantenere viva la classe in generale per il bene del motociclismo. Sarà interessante vedere cosa farà Rossi sulla Ducati: sulla carta parte da una base migliore rispetto a quella della Yamaha del 2004. Valentino è uno molto determinato e non fa mai delle scelte casuali: la squadra lo seguirà in tutto e per tutto, perché sarebbe stupido non dargli quello che chiede».
Un giudizio su Lorenzo: sarà in grado di reggere la pressione del numero uno e quella di essere il punto di riferimento della Yamaha?
«Lorenzo ha vinto il mondiale ed era davanti in campionato quando Valentino si è fatto male. Ha corso la prima gara con un chiodo nella mano, ma nessuno l’ha detto: è uno tosto. Una volta vinto il titolo, è tornato velocissimo e ha più sicurezza in se stesso».


Stoner?
«E’ difficilissimo da interpretare, credo che nemmeno lui sappia esattamente il perché di quello che fa. Ma è sicuramente veloce».

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